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La propaganda secondo Matteo.

Ma quale “bestia” ? La comunicazione politica di Matteo Salvini, alla pari di Matteo Renzi, si basa sulle solide fondamenta della propaganda. Aggiornata e coerente con strumenti e linguaggio coerente con target e media utilizzato, i Matteo hanno alzato la posta in gioco, da qualche tempo presidiano il web con una grande pressione in termini di contenuti ed investimento.

Nessuna “bestia”, si tratta di competenze di staff e di investimenti economici. Un rigoroso piano editoriale, aggiornato su temi trend topic, interpretazioni sociali, eventi pubblici, che vengono seguite passo passo dallo staff e dai diretti interessati, spesso in prima persona. 

Quali sono allora le basi della propaganda sui cui si fonda la narrativa dei Matteo? Sono regole essenziali sempre valide, di cui qui ne parlo con completezza.

Partiamo dalla personificazione, la “trasfusione” del mio al tuo. Per dare un punto di vista vivido all’elettore occorre angolare la prospettiva, allora se sono condannato o sotto inchiesta, il rischio è anche tuo, perché se la giustizia non funziona è un problema anche tuo.

Altra tecnica che funziona molto bene è la narrativa dicotomica. Semplificare le categorie di bene vs male, buoni contro cattivi, per addurre al pensiero scegli da che parte stare, è la forma basica e più rapida per creare una linea di divisione tra te ed il tuo nemico. Come ad esempio 

Alle fondamenta della narrativa propagandistica ci sono delle figure retoriche come l’iperbole o quelle tautologiche, ovvero l’affermazione dell’ovvio. La tautologia, posta sotto forma di domanda, assume ancora più forza, perché lì dove ovvia la risposta, appare più ridicolo l’avversario che non affronta tanta ovvietà. Il Re indiscusso è lui, Salvini.

Infine il nemico unico, che negli ultimi anni è stato utilizzato spesso da Berlusconi, attaccando comunisti e giudici. Poi è toccato ai Matteo, che al posto dei comunisti ci hanno messo i populisti, all’occorrenza sovranisti, lasciando comunque i giudici nel focus (evidentemente qualche problema con i giudici ce l’hanno davvero). Spesso l’accanimento contro il nemico unico può essere un boomerang, ed infatti Renzi ne ha abusato, mentre Salvini ha preferito fare buon viso a cattivo gioco. Ecco perché Salvini è riuscito ad erodere consenso dal Movimento, accaparrandosi la simpatia degli “amici” dei 5 stelle (così richiamati sempre da Salvini), mentre Renzi, nonostante il fiume in piena, è riuscito ad isolarsi in un partito dell’8-12%. Ecco qui qualche video esemplificativo.

Personificazione/trasfusione
Dicotomia
Il trionfo dell’ovvio
Nemico unico, ma occhio a non esagerare.
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Il Movimento 5 Stelle e la scissione tecnica: minaccia o opportunità?

Quanto accade in questi giorni è frutto di scelte lontane. Le più recenti risalgono al 2018, quando la base davanti alle parlamentarie scricchiolò fortemente. Tanti frontman sostituirono attivisti di lungo corso, ed il Movimento imbarcò personaggi carismatici, mediatici e cavalli di Troia. Dal comandante De Falco a Fioramonti, passando per Paragone, e questi sono solo alcuni dei più celebri. 

Il Movimento è un organismo atipico, unico nel suo genere: in soli 10 anni è passato dalla piazza al Governo del Paese. Come ogni cosa, il tempo, e diverse condizioni, impressero direzioni differenti che imposero delle fisiologiche mutazioni. Abbandonati legittimamente alcuni dogmi, sfatati alcuni miti, lasciato troppo in fretta alcuni assiomi, oggi il Movimento è differente (non peggiore o migliore, ma differente) da come lo si è inteso fino a poco tempo fa. Gli accordi di Governo si sono rilevati tremendamente incisivi all’interno del gruppo, e da ago della bilancia il Movimento è passato ad essere piatto della bilancia, su cui pesare i poli e le frange orientate da una o dall’altra parte. Fagocitati dall’accordo con la Lega Nord (ahimè prevista come al mio solito con abbondante anticipo) , snaturati dall’accordo col PD, oggi il Movimento necessità di scelte strategiche fondamentali. Una crescita così rapida non è stata interpretata e governata con doveroso anticipo, ed oggi si fa la conta dei danni, un elettorato eroso di almeno 1/3 rispetto al 2018, così come la rappresentanza parlamentare.

Sbagliato imbarcare tanti personaggi esterni al Movimento, in un momento in cui ancora il Movimento non aveva i giusti anticorpi al suo interno. Sbagliato espellerli quando forniti di un forte alibi, come nel caso della linea sulle banche. Sbagliato pensare che Paragone, uomo fortemente legato al Carroccio, potesse non rappresentare una voce autorevole, mediaticamente forte, che avrebbe potuto tuonare, anche legittimamente, dall’interno. 

Il Movimento è a un bivio, formalizzare processi e ruoli, realizzare modifiche statutarie in coerenza e continuità con la propria essenza, ma alla luce delle dinamiche di un movimento di Governo, o pilotare una scissione interna, nella quale garantire lo spazio necessario a due anime sempre più evidenti e su cui non c’è nulla da nascondere. 

Il primo processo necessita di tempi rapidi e una struttura organica, il secondo è una tecnica utilizzata spesso in politica con cui si decide di marciare sperati per colpire uniti. 

Vista la mancata capacità di inserire la legge elettorale al centro degli accordi, visto l’abbandono di inserire modalità simili al vincolo di mandato, o comunque elementi ostativi al cambio di casacca per convenienza, il Movimento non ha altre scelte: o strutturarsi in tempi brevissimi, formalizzando processi e ruoli, o destrutturarsi, fortificando meet-up, e aprendo una linea parallela e complementare. 

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Come vincere le elezioni, prima delle elezioni.

Nell’era della campagna elettorale permanente, il tempo è il primo fattore discriminante. Ogni competizione elettorale è una sfida ben precisa, contesto, regole e dinamiche sono definite per il tipo di elezione. Il tempo però resta una variabile identica su qualunque piano. Che sia una competizione amministrativa, regionale, politica o europea, muoversi in anticipo significa segnare il passo prima dei competitor e approfittare di un momento apparentemente silenzioso, prima del rumore mediatico della campagna, dove per piazzare una notizia, o marcare il terreno, diventa molto più complicato e si rischiano scivoloni.

Il consenso si acquisisce nel tempo, con il tempo. La fiducia con un potenziale elettore è determinata da una relazione che ha bisogno di passare dalla semplice notorietà al così detto engagement.

Più che una campagna elettorale, serve un percorso elettivo, vediamo insieme alcuni punti per realizzarlo.

4 STAGIONI: serve un intero anno (almeno) per costruire un percorso. Continuità, perseveranza, ripetitività del messaggio, sono necessari per incidere sul proprio elettorato.

ANALISI DI CONTESTO: prima di iniziare considera un’attenta analisi del contesto di riferimento: legge elettorale, motivo del voto, flussi elettorali (almeno delle ultime due tornate), possibili schieramenti e posizionamenti.

CANDIDATURE: chi si candida, perché, come. E’ fondamentale avere donne e uomini giusti nei posti giusti, saperlo prima, subito, per incidere su micro elettorati di riferimento, con temi specifici e figure autorevoli in quel campo.

POSIZIONAMENTO: posizionare il candidato in maniera coerente e credibile nel Mercato Elettorale. In base al posizionamento, sviluppare una swot analysis e intercettare minacce e opportunità provenienti dal ME e punti di forza e debolezza del candidato.

BRANDING: sviluppare un’immagine coordinata, che dia risalto al posizionamento e che rafforzi la sua identificazione. Creare un messaggio chiaro, unico, capace di affiancare, promuovere legittimare il candidato ed il suo programma.

PROGRAMMA: idee e soprattutto numeri a sostegno delle idee. Parti sociali, gruppi, rappresentanze, opinion maker, opinion leader, associazioni ed enti, devono essere coinvolte a monte e nel tempo. Coinvolgerle solo negli ultimi 20 giorni significa realizzare una gara a ribasso ( o a rialzo, dipende dai punti di vista ). Oltre a raccogliere idee e suggestioni, bisogna essere in grado di promuovere una propria visione, forte, chiara, precisa, frutto della fase di analisi.

COMUNICAZIONE: analizzare notorietà e reputazione, ed in base allo stato attuale, promuovere una agenda basata su strumenti specifici al primo e al secondo scopo. Sviluppare notorietà significa spesso e volentieri restare nel mondo mainstream con slogan, media classici, eventi e pubbliche relazioni. Sviluppare reputazione significa basarsi su una strategia di profondità, ovvero mostrarsi autorevoli su determinati punti, forti su temi vicini alle sensibilità del proprio elettorato.

CIRCUITO: la comunicazione deve essere incanalata in un circuito continuo. I messaggi devono essere trasversali e crossmediali, la struttura di comunicazione deve avvalersi della turnazione di più fornitori e più risorse, che permettono di generare un’implicita conoscenza di elementi distintivi e di parole chiave.

DETTARE LA LINEA: generare l’agenda setting è fondamentale per schivare trappole, defilarsi da imboscate, e portare l’avversario sul proprio campo. Studiare i temi, usando gli strumenti nei modi e nei tempi propri, consente, se fatto con professionalità e cautela, di dettare la linea e piazzare i colpi vincenti.

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Instapolitica

Instagram funziona in politica?

A quanto pare l’ascesa di Instagram, le varie novità introdotte dal social acquisito dal gruppo Facebook, non hanno lasciato indifferenti i politici o i loro consulenti. Sempre più disinibiti e disintermediati, politici di tutte le provenienze, età, sesso, sono pronti a dare un’immagine diretta e più social di se stessi.

In America, abbiamo assistito all’incredibile scalata ai piani alti della politica di Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata più giovane mai eletta nel congresso, nel distretto di New York. La sua immagine, in forte coerenza con la sua età, lo stile di vita, si è adattata perfettamente ad uno standard comunicativo dato da dirette, immagini salienti, storie. Instagram ha realmente costruito il brand della Cortez.

Non è oro tutto ciò che luccica. Come in ogni fase analitica di marketing, anche quella politico, si deve misurare con la scelta di strumenti, messaggi, risorse da utilizzare. Deve perseguire una coerenza con il personaggio, il posizionamento presso il proprio elettorato, e ambire a creare suggestioni rispetto al proprio programma e le proprie idee.

Instagram è infatti uno strumento fortemente under 40, con la massima soglia di penetrazione nel target sotto i 30 anni. Prima di intraprendere la gestione di questo strumento perciò serve comprendere che si andrà a comunicare ad un target giovanile, interessato ad alcune tematiche inerenti alla propria anagrafica. Il linguaggio, il perché e i conten uti andranno perciò calibrati in funzione dell’interlocutore. Aprire la propria vita privata al pubblico, essere incline a dirette frequenti, raccontare il proprio profilo personale ancor prima di quello politico, è la chiave di volta per utilizzare questo strumento. Se sei un politico over 50, poco disponibile a dare accesso alla propria vita privata, hobby, passioni, stile di vita, ci penserei qualche momento in più. Il rischio è quello di apparire, ad un target non di riferimento, patetico e approssimativo.

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LEGATI.

Ecco perché il Governo giallo-verde conviene più alla Lega Nord che al Movimento 5 Stelle.

Si sono legati in tutti i sensi. Lo hanno fatto nel nome della volontà dei cittadini, sottoscrivendo un contratto di governo. Lo hanno fatto supponendo di essere l’uno lo sparring partner ideale dell’altro.

Ma oggi, a poco meno di un anno dal giorno in cui Lega Nord e Movimento 5 Stelle si sono legati in matrimonio di governo, il vero movimento sembra essere quello di Matteo Salvini, ed i 5 Stelle sembrano arrancare alle spalle dei verdi. Il Movimento 5 Stelle ha stravinto le elezioni, alzando il tiro su più fronti. Esponendosi perciò ai contro ineluttabili che il cambio da opposizione a maggioranza impone.
La Lega Nord si è concentrata su un programma più snello, un’esposizione meno netta e perciò a dei rischi nettamente più bassi.
Perché la Lega Nord potrebbe fagocitare il Movimento?
Troppo forte l’opposizione, tanto rischiosa la maggioranza. Il M5S ha legato la propria ascesa a dei fortissimi (quanto quasi sempre giusti ed opportuni) cavalli di battaglia.
No Triv, No Tav, No Vax, No Tap. Su quest’ultima sappiamo come è andata, e che le colpe siano pregresse, di amministratori locali che oggi si fingono fieri condottieri della battaglia alla TAP, come dei Governi precedenti, all’elettorato non scende l’aver sperato invano. La TAV è caso districato e appare più probabile la continuazione che non la chiusura dei cantieri. Sui vaccini, una linea più morbida (ed anche sana) all’orizzonte, ha spiazzato i più accaniti No Vax. Sulle trivelle invece si è posto un argine di 3 anni, dopo si vedrà.
In aggiunta il Movimento ha acquisito poltrone molto gravose come : lavoro, sanità e opere pubbliche, perciò non può, soprattutto nella battaglia alle grandi (inutili opere) deviare alcuna responsabilità se non ad amministrazioni pregresse e ad una campagna troppo imprudente.

L’altra sponda del Governo ha invece usato una più prudente quanto determinata campagna focalizzata su: pensioni e immigrazione. Il primo tema ha l’impatto sociale quantitativamente più rilevante: costo più importante dello Stato, Paese sempre più vecchio, elettorato che conta la percentuale di astensionismo più bassa. Trasversale ma fortemente focalizzata negli over 60, la tematica dell’immigrazione, si mostra tema cardine a livello mondiale.
Proprio su quest’ultimo il Ministro degli Interni Salvini, può vantare il privilegio di scaricare il barile sull’Europa, ONG, mafie e clandestini. D’altronde parlare di immigrazione è come parlare di turismo, mobilità, globalizzazione. È di per se un fenomeno connaturato nelle vite umane e porre un blocco è inimmaginabile tanto quanto supporre la scomparsa della povertà e delle guerre.
Un problema così ampio per soluzioni solo utopiche. Ben altro significherebbe fare giustizia, ovvero accogliere i meritevoli, soccorrerli. Identificare e punire i reati. Dunque il problema non è l’immigrazione ma la giustizia, la soluzione di facciata sta a Salvini, la soluzione di fatto sta a Bonafe.

Il Movimento perciò si ritrova ben più responsabilità a causa di una linea più netta e determinata. In un percorso che già nel 2015 descrissi, il Movimento avrebbe formalizzato processi e ruoli, avviando una trasformazione in partito, i partiti avrebbero acquisito imprinting e modelli più flessibili, in un tentativo di posizionarsi come movimento.

Ecco perché l’elettorato della Lega Nord può ritenersi più flessibile alle nuove dinamiche di cambiamento, accettando di buon grado alleanze (compreso il Movimento) e programmi. Di contro il Movimento più rigido perché meno incline ad aperture tipiche dei partiti, ha un elettorato che non perdonerà l’alleanza con la Lega Nord, le scivolate Triv,Tap,Vax e chi più ne ha più ne metta.

Non sarà certamente il lavoro del grafico che ha cancellato “Nord” dal simbolo della Lega, ma l’invasione di campo nell’elettorato del Movimento deriva anche da questo nuovo posizionamento nazionale, non più federale, che sfonda gli argini a destra, dove l’Italia è orfana di partiti rappresentativi, ed in balia del berlusconismo da più di un ventennio.

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Matteo Salvini: la perseveranza italiana all’errore e la scarsa memoria.

Caro Ministro Matteo Salvini,

sono un meridionale, uno di quelli che un tempo lei avrebbe etichettato come terrone, scansafatiche, parassita. Uno di quelli che oggi è nelle sue grazie, altrimenti rimaneva recluso in quel partitino di laureati in Albania a loro insaputa. Un cittadino italiano del mezzogiorno, che ha solo la fortuna di vivere in un mondo in cui c’è sempre un sud più a sud.

Ieri toccava a noi, oggi al più generico extracomunitario. E’ una retorica che funziona. Ha funzionato nord contro sud,  ora la sua Lega Nord 2.0 ce l’ha fatta anche a raccontare l’Italia contro gli immigrati. E’ una vecchia strategia, e si alimenta con la definizione del “nemico unico”. 

Non ho nulla contro di lei, perché lei non è la causa, ma la conseguenza. E’ il risultato ultimo di un degrado e di uno squallore culturale a cui non si è posto argine. Lei è il prodotto ultimo di decenni di Governi assenti, incapaci, incompetenti, nel migliore dei casi. Disonesti nei peggiori. E il suo partito ha fatto più volte parte di questi mandati.

I suoi predecessori hanno generato più di un mostro. Hanno generato un debito pubblico senza precedenti. E so che lì in via Bellerio di buchi se ne parla spesso. Hanno ridotto il sistema sanitario nazionale al collasso, dove i poli di eccellenza ora sono macerie, anche nella sua Lombardia, schiacciati da indagini e corruzione. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento dei disoccupati, lo sbriciolamento del welfare, oltre che dei ponti e delle infrastrutture, hanno reso gli italiani un popolo pigro, incolto, spaventato. Negli ultimi anni sono stati più gli italiani che hanno scelto di scappare all’estero degli immigrati venuti nell’ex bel Paese. Altro che immigrazione, qui il problema è la nostra emigrazione. I suoi predecessori hanno generato tutto questo squallore, di cui oggi ne paghiamo le conseguenze. E tra queste anche lei come Ministro.

Non sapevano fare maggioranza ieri, non sanno farle opposizione oggi. Lei invece ha sempre fatto il suo, al meglio. Si è disegnato addosso gli abiti dell’intransigente, stacanovista e uomo di Stato. Lo stesso Stato di cui i giovani padani proteggevano “un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”. Si ricorda che belle serate? E quei cori contro i meridionali?

E’ stato in scia alle principali tendenze politiche. Ha copiato slogan, ripetuto i soliti copioni. “Prima gli italiani”. Anche se questi fossero delinquenti, corruttori, evasori, stupratori e assassini? Procedere per categorie è semplicistico, ma a volte conviene. Converrebbe allora scoprire la categoria del giusto o sbagliato, del legale contro l’illegale. Scoprirà che la razza è una categoria desueta, e che in un mondo globale il problema non è l’immigrazione, ma la giustizia.

Ecco perché le conviene parlare di immigrazione, perché far funzionare uno Stato è ben più difficile di far girare dei post sui social. Perché la certezza della pena, i tempi brevi per le condanne, i rapporti con gli altri Paesi per l’espatrio, hanno bisogno di lavoro, non di un Tweet. Perché promettere il Ministero delle disabilità, l’abbattimento delle accise, maggiori fondi alle forze dell’ordine, strutturare il federalismo, combattere le mafie, è cosa difficile, è compito da uomini di Stato veri, non da ruspe di giorno e mutandine verdi di notte.

Non le basteranno i social per mostrare il suo volto umano ma deciso e cazzuto. Non basterà togliere “nord” da una bandiera. No, non quella con cui vi volevate pulire il culo. Non le basterà e non le sarebbe bastato, perché col 17% non si amministra neanche un condominio. Eppure anche qui, il problema non è di certo suo, ma di chi ha governato promettendo una legge elettorale “da imitare” (speriamo che a nessuno venga questa folle idea).

Lei non è odio, lei non è razzismo, come cercano di disegnarla dandole ulteriore consenso elettorale. Lei non è nulla di tutto questo e nulla di tanto altro. Lei è opportunismo, furbizia, astuzia. Lei (con uno staff di persone competenti, almeno lo staff) ha elaborato un disegno perfetto. Toccando due soli argomenti, immigrazione e pensioni, ha unito il disagio di giovani che non trovano posti di lavoro, ai pensionati sempre più lontani dall’età e senza adeguamenti, e al senso di insicurezza e ingiustizia facile da affibbiare agli immigrati, che se non rubano e spacciano allora fregano il lavoro ai “nostri ragazzi”.

Vede gentile Ministro, fino ad ora lei non ha alcuna colpa. Iniziano le responsabilità, il che è ben più rischioso. Fino a quando usare il tema dell’immigrazione le porterà consenso? Fino a quanto riuscirà a reggere il teatrino dell’assurdo? Il suo stesso dicastero ha appena pubblicato i dati sull’immigrazione. Quest’anno abbiamo avuto l’87% in meno di arrivi, eppure il problema resta l’immigrazione? Mi vorrebbe dire che il suo Ministero non è in grado di regolamentare un flusso di neanche 30 mila persone?

Mi vorrebbe dire che il 7% della popolazione (proveniente da altre nazioni e stabile in Italia) può rappresentare un problema ingestibile di sicurezza? Può davvero essere la misura su cui si scontra un mancato impiego dei giovani italiani?

No caro Ministro, non è questa l’Italia che abbiamo sognato e che continuiamo a sognare. Il politico non solo e non sempre deve rappresentare il popolo, ha anche l’obbligo di onorare le istituzioni. I luoghi in cui la politica si fa, non si subisce. Dove presentare soluzioni ai problemi, non esasperarli per aumentarne la portata e quindi il consenso. Inseguire il popolo può significare voti, ma lei ora ha un altro compito, ben più importante: GUIDARLO.

Lei non ha alcuna colpa, da adesso ha tante responsabilità, si fidi, è molto peggio.

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