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Matteo Salvini: la perseveranza italiana all’errore e la scarsa memoria.

Caro Ministro Matteo Salvini,

sono un meridionale, uno di quelli che un tempo lei avrebbe etichettato come terrone, scansafatiche, parassita. Uno di quelli che oggi è nelle sue grazie, altrimenti rimaneva recluso in quel partitino di laureati in Albania a loro insaputa. Un cittadino italiano del mezzogiorno, che ha solo la fortuna di vivere in un mondo in cui c’è sempre un sud più a sud.

Ieri toccava a noi, oggi al più generico extracomunitario. E’ una retorica che funziona. Ha funzionato nord contro sud,  ora la sua Lega Nord 2.0 ce l’ha fatta anche a raccontare l’Italia contro gli immigrati. E’ una vecchia strategia, e si alimenta con la definizione del “nemico unico”. 

Non ho nulla contro di lei, perché lei non è la causa, ma la conseguenza. E’ il risultato ultimo di un degrado e di uno squallore culturale a cui non si è posto argine. Lei è il prodotto ultimo di decenni di Governi assenti, incapaci, incompetenti, nel migliore dei casi. Disonesti nei peggiori. E il suo partito ha fatto più volte parte di questi mandati.

I suoi predecessori hanno generato più di un mostro. Hanno generato un debito pubblico senza precedenti. E so che lì in via Bellerio di buchi se ne parla spesso. Hanno ridotto il sistema sanitario nazionale al collasso, dove i poli di eccellenza ora sono macerie, anche nella sua Lombardia, schiacciati da indagini e corruzione. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento dei disoccupati, lo sbriciolamento del welfare, oltre che dei ponti e delle infrastrutture, hanno reso gli italiani un popolo pigro, incolto, spaventato. Negli ultimi anni sono stati più gli italiani che hanno scelto di scappare all’estero degli immigrati venuti nell’ex bel Paese. Altro che immigrazione, qui il problema è la nostra emigrazione. I suoi predecessori hanno generato tutto questo squallore, di cui oggi ne paghiamo le conseguenze. E tra queste anche lei come Ministro.

Non sapevano fare maggioranza ieri, non sanno farle opposizione oggi. Lei invece ha sempre fatto il suo, al meglio. Si è disegnato addosso gli abiti dell’intransigente, stacanovista e uomo di Stato. Lo stesso Stato di cui i giovani padani proteggevano “un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”. Si ricorda che belle serate? E quei cori contro i meridionali?

E’ stato in scia alle principali tendenze politiche. Ha copiato slogan, ripetuto i soliti copioni. “Prima gli italiani”. Anche se questi fossero delinquenti, corruttori, evasori, stupratori e assassini? Procedere per categorie è semplicistico, ma a volte conviene. Converrebbe allora scoprire la categoria del giusto o sbagliato, del legale contro l’illegale. Scoprirà che la razza è una categoria desueta, e che in un mondo globale il problema non è l’immigrazione, ma la giustizia.

Ecco perché le conviene parlare di immigrazione, perché far funzionare uno Stato è ben più difficile di far girare dei post sui social. Perché la certezza della pena, i tempi brevi per le condanne, i rapporti con gli altri Paesi per l’espatrio, hanno bisogno di lavoro, non di un Tweet. Perché promettere il Ministero delle disabilità, l’abbattimento delle accise, maggiori fondi alle forze dell’ordine, strutturare il federalismo, combattere le mafie, è cosa difficile, è compito da uomini di Stato veri, non da ruspe di giorno e mutandine verdi di notte.

Non le basteranno i social per mostrare il suo volto umano ma deciso e cazzuto. Non basterà togliere “nord” da una bandiera. No, non quella con cui vi volevate pulire il culo. Non le basterà e non le sarebbe bastato, perché col 17% non si amministra neanche un condominio. Eppure anche qui, il problema non è di certo suo, ma di chi ha governato promettendo una legge elettorale “da imitare” (speriamo che a nessuno venga questa folle idea).

Lei non è odio, lei non è razzismo, come cercano di disegnarla dandole ulteriore consenso elettorale. Lei non è nulla di tutto questo e nulla di tanto altro. Lei è opportunismo, furbizia, astuzia. Lei (con uno staff di persone competenti, almeno lo staff) ha elaborato un disegno perfetto. Toccando due soli argomenti, immigrazione e pensioni, ha unito il disagio di giovani che non trovano posti di lavoro, ai pensionati sempre più lontani dall’età e senza adeguamenti, e al senso di insicurezza e ingiustizia facile da affibbiare agli immigrati, che se non rubano e spacciano allora fregano il lavoro ai “nostri ragazzi”.

Vede gentile Ministro, fino ad ora lei non ha alcuna colpa. Iniziano le responsabilità, il che è ben più rischioso. Fino a quando usare il tema dell’immigrazione le porterà consenso? Fino a quanto riuscirà a reggere il teatrino dell’assurdo? Il suo stesso dicastero ha appena pubblicato i dati sull’immigrazione. Quest’anno abbiamo avuto l’87% in meno di arrivi, eppure il problema resta l’immigrazione? Mi vorrebbe dire che il suo Ministero non è in grado di regolamentare un flusso di neanche 30 mila persone?

Mi vorrebbe dire che il 7% della popolazione (proveniente da altre nazioni e stabile in Italia) può rappresentare un problema ingestibile di sicurezza? Può davvero essere la misura su cui si scontra un mancato impiego dei giovani italiani?

No caro Ministro, non è questa l’Italia che abbiamo sognato e che continuiamo a sognare. Il politico non solo e non sempre deve rappresentare il popolo, ha anche l’obbligo di onorare le istituzioni. I luoghi in cui la politica si fa, non si subisce. Dove presentare soluzioni ai problemi, non esasperarli per aumentarne la portata e quindi il consenso. Inseguire il popolo può significare voti, ma lei ora ha un altro compito, ben più importante: GUIDARLO.

Lei non ha alcuna colpa, da adesso ha tante responsabilità, si fidi, è molto peggio.

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Come gestire i social in politica.

Consigli utili per gestire i social in politica.

Gestire i social in politica ormai non è più una velleità. La comunicazione online è sempre più necessità, sempre meno virtù, anche in politica. Nell’era della campagna elettorale permanente, il continuo aggiornamento passa dai social. Per questioni economiche, e di tempo, il nanopubblisher supera di gran lunga il main stream e, a meno che tu non sia ai vertici di un’organizzazione, o un leader politico, ti converrà gestire i profili social alla pari dell’agenda eventi.

Ecco allora che vi torneranno utili questi consigli, che vi permetteranno di gestire i social in politica al meglio.

  1. POSIZIONAMENTO. Siate coerenti con la vostra immagine e la vostra reputazione. Il vostro schieramento politico, il vostro elettorato, hanno bisogno di coincidere con il racconto che fate di voi stessi e del mandato che avete assunto o intendete assumere. Con il termine di posizionamento si includono tutte quelle variabili che identificano un politico presso il proprio elettorato. Età, schieramento, sesso, religione, provenienza, estrazione sociale, livello culturale, e via dicendo. Prendetevi del tempo per disegnare (letteralmente) una mappa di posizionamento, individuate le vostre principali caratteristiche e quelle maggiormente espresse fino ad oggi. Fatto ciò potrete iniziare a selezionare gli strumenti. Infatti grazie al posizionamento, riuscirete ad evitare perdite di tempo su profili social inutili. Se avete 65 anni, il vostro elettorato è perlopiù composto da coetanei, sarà meglio non perdere tempo su un social come Instagram. Viceversa sarà opportuno utilizzare Instagram o Youtube nel momento in cui volete imprimere maggiore autorevolezza presso un elettorato più giovane. Se avete tempo, risorse, staff, allora potete pensare di gestire tutti i canali ed integrarli al meglio ma, a meno che non siate Presidenti o vice, dovrete pur fare qualche conto in tasca vostra o, a buona coscienza, in quella dei cittadini.
  2. DUE PUNTO ZERO. Gestire i social in politica significa soprattutto esporsi al commento, ai complimenti come ai giudizi, suggerimenti o nel peggior caso agli haters, fake e troll. In un concetto solo, due punto zero. Ciò significa che non sei in un sistema transazionale ma relazionale. Ciò ti obbliga ad avere un ritorno di comunicazione, un feed back. Rispondi a tutti con garbo, ironia, gentilezza (se è nel tuo stile). Ignora, blocca, elimina se opportuno. In tutti i casi imposta filtri di volgarità, controlla i commenti, interagisci, documenta, condividi, scambia, menziona. E’ l’unico vero modo per alimentare organicamente (ovvero non a pagamento) i tuoi social
  3. SOCIAL MEDIA MANAGEMENT. Gestire i social in politica non è una cosa semplice. Occorre avere un piano redazionale ben chiaro, e ancora di più un frame (una cornice narrativa) entro la quale muoversi. Parole chiave da utilizzare, toni, immagini, riferimenti. Una linea guida da seguire, in coerenza con la comunicazione centrale del proprio partito/schieramento. Ecco alcuni passaggi per gestire i profili social in politica al meglio:
  • Realizza un sito istituzionale. Chiaro, snello, e di facile consultazione. Deve contenere le informazioni necessarie per bene identificare il tuo profilo politico e le principali notizie. Questo è l’unico canale che sarà la vera fonte della tua comunicazione disintermediata. Potrai caricare atti, comunicati stampa ed iniziative, consapevole che resterà il tuo contenitore online e base dei tuoi sforzi digitali e non.
  • Scegli i social con cui diffondere le tue notizie, raccontare il tuo profilo, descrivere la tua attività. Gestiscili sapendo che possono essere integrati e collegati fra loro, ma ognuno predilige un contenuto, una scrittura, un metodo.
  • Profila al meglio i tuoi social. Cura la biografia, sintetica, descrittiva, interessante. Poi cura le impostazioni, gestendo e limitando l’area ed il target. Imposta le caratteristiche grafiche come il layout (dove possibile) o gestendo la tua immagine nel miglior modo possibile (foto copertina, profilo…).
  • Utilizza scientemente i social per le caratteristiche che ognuno di essi ha, non buttare tutto in caciara. Gli hashtag sono utili per Twitter e Instagram, relativi e spesso inutili per Facebook. Posta contenuti di qualità, sia fotografici che testuali. Sii breve, coinciso e originale. Carica video di tua proprietà che non siano banali o utilizza quelli altrui condividendo o comunque menzionando.
  • Geolocalizzati per rendere maggiormente reperibile il contenuto all’interno di un’area geografica di interesse

Gestire i social in politica non è troppo difficile, farlo bene si. Se ti servono informazioni, chiarimenti, suggerimenti, o vuoi affidare la tua area digital a persone competenti e formate contattaci qui.

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“Anti”, quando essere contro giova al tuo nemico.

Tra le piccole strategie di comunicazione politica ce n’è una significativa. Sembra banale ma non lo è. Una regola fondamentale: il purché se ne parli! Una regola chiara, che non accetta alcuna eccezione. In molti osservano che, il come se ne parla, è una discriminante non da poco, nel giudizio complessivo che la comunicazione crea. Certo, ma fidatevi, parlarne male può rappresentare comunque un’opportunità.

Eppure questa è strategia di comunicazione politica, ma in tanti non la comprendono. Spesso presi dall’astio, dal fastidio, dalla repulsione, tendiamo ad attaccare, senza soluzione di continuità. Alziamo il livello dello scontro, inaspriamo i toni, cerchiamo qualsiasi appiglio per scalfire l’immagine del nostro nemico. Invece lo rafforziamo.

Anche la campagna elettorale di Trump si è basata su tutto questo. I mass media, l’opinione pubblica, i grandi giornali, Wall Street, le star di Holliwood, gran parte, spesso quasi la totalità, erano ostili a Trump. Nascono gruppi Anti Trump. Obama sosterrà di avere paura che un uomo pericoloso come Trump possa essere il Capo della Casa Bianca. Eppure in tanti americani, non certamente solo gli incolti, come qualcuno ha cercato di sostenere, si è fatto largo il Trumpismo. Trump cavalca la sua strategia di comunicazione politica, si posiziona in opposizione all’establishment ritagliandosi il ruolo della vittima dei poteri forti.

In casa nostra un altro esempio su tutti è Salvini. Abile il suo staff nel riposizionare l’intero partito, Salvini ha preso due soli temi che accomunassero il malcontento italiano, da nord a sud: immigrazione e pensioni. Si è rifatto il look, non più Lega Nord ma Lega, non più verde addosso, toni più istituzionali, niente ruspe, ed un Trumpistico “prima gli italiani”. Anche perché un “Prima gli italiani del nord, poi quelli del centro, poi quelli del sud, poi quelli residenti all’estero” non entrava.

Salvini durante il suo percorso ha provocato, infastidito. Ed i suoi “anti” sono corsi all’amo e hanno abboccato all’esca. I “no Salvini” , hanno riempito le piazze, si mobilitavano contro di lui. Eppure ecco il boom alle elezioni del 4 marzo; Salvini supera il mummia ed è leader della coalizione di centrodestra, più destra che centro.

Ed è cosi che funziona per molti degli argomenti sociali e politici. Pensate ai temi del fascismo e del razzismo. Sebbene il secondo sia una tendenza socio-culturale da estirpare con tutta la forza e la veemenza necessarie, il primo, ideologicamente un concetto legato alla politica e ad una sottocultura politica, vive di propaganda, di comunicazione, di diffusione della dottrina, delle pratiche, degli stili e del credo. Abbattersi contro, creare il dibattito sull’antifascismo significa rispolverare il fascismo stesso.

Ogni “anti” è la deliberata conferma che qualcosa a cui ci si oppone esiste. L’anti omofobia, nel momento in cui nasce, contribuisce all’omofobia stessa. Gli estremismi si nutrono di opposizioni, e più dura è l’opposizione, più essi si rafforzano. Gli estremismi tendono a portarti sulla propria strada, e nella solitudine mediatica, nella pochezza argomentativa, cercano temi che confinino con l’opinione comune, con il dibattito pubblico. Una volta creata questa promiscuità, cercano di piazzare la notizia: sensazionalismo, iperbole, provocazioni. Non seguirli, non cercare lo scontro provando ad inseguirli sul loro stesso campo è l’unica soluzione in comunicazione. Pensate alle piazzate dei campi rom , le ruspe, la legittima offesa, l’odio su Boldrini e Fornero. Il risultato è stato raggiunto, piazze imbestialite, bombe carte, spray che imbrattano pareti e scontri con la polizia. L’anti ha rafforzato il suo opposto.

Allora siete pronti ad annientare il vostro nemico? Non inseguitelo sul suo tema, rilanciate il vostro e a provocazione non rilanciare, ma mandate tutto in obliò, gli toglierete linfa vitale.

Approfondisci su ” strategie di comunicazione politica

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Risultati delle politiche 2018 , ecco perché il 5 marzo non cambierà nulla.

Il 5 marzo ti sveglierai, illuminerai come al solito il display del tuo cellulare, poche notifiche o nessuna. Su whatsapp tutto tace. Scrollata Instagram e Facebook, solite notizie, soliti volti.  Ti alzerai, andrai verso il bagno e penserai ad un’altra giornata da affrontare. Ma c’è qualcosa di diverso.  E’ il giorno dopo le elezioni, ma ancora i risultati non sono certi. Si è votato per le politiche 2018 e tu ci sei andato, volevi provare l’ebbrezza di un collegio plurinominale. Anche se non ne hai capito le regole lo hai fatto per sentirti più partecipe, più cazzuto degli altri.

Il caffè è lo stesso, il giornale online ha giusto cambiato il banner pubblicitario. Ci dovrebbe essere qualcosa di nuovo nell’aria. Un governo nuovo, proposte nuove, aria nuova. Sei turbato, non capisci cosa sia successo nella notte. Hai sognato di scivolare all’indietro, di tornare indietro nel tempo. Eppure questa mattina è il 5 marzo 2018, non si è riavvolto il nastro, ti sei semplicemente svegliato in Italia.

Sono passati mesi di campagna elettorale, anzi, anni, perché siamo abituati ad avere una campagna elettorale permanente. Ti hanno promesso bonus, dopo averti tolto i diritti. Ti hanno garantito soluzioni ai problemi che loro  stessi hanno creato. Un disco rotto, da anni la stessa cosa. Tutto cambia per non cambiare. La foto con un cagnolino, biciclette mai usate che fanno green e sportivo. Qualche post su Instagram per fare più social yeah!

Segui con trepidazione gli aggiornamenti per i risultati delle politiche 2018, ma niente. Ti toccherà aspettare che Enrico Mentana strapazzi a terra sfinito dalla maratona. Non ti lamentare è il Rosatellum bis baby.

Ancora niente risultati delle politiche 2018 sale la sensazione di disagio a tutto il tempo che in Italia sprechiamo. All’alba del secondo decennio è tutto rimasto fermo a “fascisti” e “anti fascisti”, i due lati della stessa medaglia. Perché durante la campagna elettorale pur di non spaventare nessun possibile bacino di voti non si è parlato mai (o quasi) di corruzione, evasione fiscale, mafia. Perché per i terremotati del centro Italia non sono stati buoni neanche a promettere. Perché per un possibile pugno di voti in più qualcuno ha lustrato ai piedi ai disabili, promettendo un Ministero, quando il tema non lo ha mai sfiorato. Aspetterai i risultati sapendo che il favoloso dossier di Fanpage sulla corruzione e le ecomafie doveva stravolgere un intero Paese, invece ha solo sconvolto la vita dei giornalisti coraggiosi che ora sono attaccati e processati.

Perché davanti alla ndrangheta che uccide in Slovacchia un giornalista, giovane quanto scomodo, nessuno ha parlato di un’Europa più unita, federale, coesa. Perché al posto di proposte costruttive hai sentito solo cazzate roboanti, dentiere gratuite, spedizioni Amazon di 600 mila vite umane non si sa dove, ma con Prime ci metteranno solo 24 ore.

Una sensazione sgradevole ti assalirà mentre vai a lavoro in auto, la solita radio, ti farà risentire le solite voci a commentare con le solite parole, gli stessi inutili risultati elettorali.

Il PD è sparito, la Lega Nord trionfa ma con il 20% non controllerebbe neanche un condominio. Il Movimento esulta ma come da vergognosa legge elettorale finisce sui banchi dell’opposizione. Casapound e Forza Nuova restano indegnamente dove neanche sarebbero potuti essere, ultimi in una competizione riservata alle forze partitiche che rispettano i principi costituzionali.

Avrai disgusto perché il tuo Paese resta fermo e qualcuno fa ancora la distinzione per razza, provenienza e religione, quando la più banale selezione dovrebbe essere tra buoni e cattivi, tra delinquenti e persone civili, e solo per questo indicare la porta di uscita o l’accoglienza.

Sarai disgustato perché solo in questo Paese ci poteva essere un parte politica così debole da avere un leader fermo alle lire e alle sue promesse di un futuro che non vedrà mai. Sarai disgustato perché si parla di populismi, ma in realtà sulla carta lo sono tutti. Come lo sono tutti, e non solo sulla carta, demagoghi, termine più corretto ma sparito dalla circolazione. Parlerai come al solito con i tuoi compagni, i tuoi colleghi, e capirai che il partito che hai sempre votato un tempo discuteva di moralità, ed oggi non vuole accettare lezioni da nessuno, quando qualche buon insegnamento forse ci avrebbe evitato qualche condannato di troppo.

Tornerai a casa con i risultati delle politiche 2018 sempre più vicini, sapendo che la questione morale si è andata a fare fottere e le liste erano piene zeppe di impresentabili. Preparerai la cena, consapevole di vivere in un Paese che ha il 2° debito pubblico più grande d’Europa e questo su di te pesa circa 40 mila euro. Sentirai le stesse voci che invece di informare e documentare vanno oltre, passano telecamera in mano a provocare reazioni scomposte di immigrati, spacciatori, che se scatta il pestaggio è un successo. Ti racconteranno un’altra Macerata, ma intanto oggi è un altro giorno pieno di stupri e abusi domestici o stalking lavorativi, da parte di quei santi bianchi italiani. E via Brioschi sparisce dai radar.

Ti guarderai allo specchio dopo aver sentito i risultati al Tg. Capirai che non è cambiato nulla, perché nessuno ha i numeri per governare, eppure grideranno alla vittoria tutti. Ora è tempo di una bella ammucchiata, di “senso di responsabilità”, di “rispetto delle istituzioni”. Abbiamo solo perso tempo e lo sapevamo, lo sapevano già tutti, colpevoli di aver partecipato ad una farsa. Nessuno ha i numeri per governare e nessuno, con questa legge elettorale e con questi partiti, li avrà mai.

Ora hai capito che non era un giorno come tanti, ma è rimasto tutto semplicemente lo stesso. Rincorreremo una nuova legge elettorale, ancora.

Attendendo giorni migliori arriverà l’estate senza mondiale e questo si che ci farà capire che qualcosa è finalmente cambiato, in peggio.

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Politiche 2018, il punto della situazione.

Il giorno in cui gli italiani saranno chiamati al voto si avvicina. Il 4 marzo si gioca la partita delle politiche 2018. Queste elezioni non passeranno alla storia per la campagna elettorale più avvincente, anzi. Si tratta di una sfida con pochi elementi di novità, stessi (quasi) protagonisti di sempre e una dialettica desueta. La sfida elettorale è condizionata gravemente anche da una riforma elettorale pasticciata, il cosiddetto Rosatellum Bis. 

Per governare servirà aggiudicarsi il 40% dei seggi, una quota totalmente fuori la portata di tutti gli schieramenti.

Scendiamo nello specifico e analizziamo l’andamento della campagna elettorale ed i possibili risultati che ci attenderanno il 5 marzo.

I sondaggi danno in testa la coalizione di centrodestra. Forza Italia, Lega Nord (detta anche Lega ma più appropriatamente in questa sede si continuerà a chiamarla con ciò che identifica questa forza politica) , Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia, rappresentano la coalizione che con i suoi arieti: Berlusconi (si ancora lui), Meloni e Salvini, puntano ad unire i voti ed arrivare al 40%.

Da queste parti la campagna è scontata, prevedibile e monotona. Alcuni esperti (forse non troppo) sostengono che Berlusconi sia ancora l’unico in grado di comunicare e di detenere la leadership del centrodestra. Sarebbe meglio fare un discorso inverso: il centrodestra in Italia si è ridotto a non avere un leader migliore di un ottantenne, condannato e incandidabile. Lento, in agonia, fortemente acciaccato. Berlusconi negli anni ’90 rispondeva al modello che lui stesso ha costruito: immagine curata, sorrisi, elenchi puntati, dinamicità, determinazione. Oggi una gaffe dopo l’altra, svampito. Abbraccia il femminismo e l’animalismo, parla ai pensionati e promette dentiere gratis. Insomma, in un Paese vecchio, l’unica speranza è non avere speranza. Al suo fianco Giorgia Meloni, che senza una coalizione, con il suo 6% non avrebbe i numeri neanche per presenziare ad un’assemblea di condominio, insiste su sicurezza, “italiani prima” e mercati economici e non finanziari. Per il resto di piano energetico, industriale, di investimenti in cultura e turismo, insomma di un programma, non se n’è sentito parlare. Forse meglio puntare al Ministero degli Interni? Infine Salvini. L’uomo nuovo da vent’anni. Non c’è che dire, il carisma ed il personaggio si posizionano perfettamente nel segmento della Lega. Rispetta tutte le buone norme della propaganda e cresce sui social. Ma alle urne continua a rimanere impotente. Immigrazione e riforma Fornero occupano l’80% della narrativa (anzi storytelling come amano dire quelli che ne sanno) forse agli italiani serve qualcosa in più.

Poi c’è il centrosinistra. La coalizione guidata dal PD e dal suo segretario Matteo Renzi. Il sostegno arriva da INSIEME che nel senso letterale del termine vuol dire ex Ulivo, PSI e Verdi. Poi c’è Civica guidata dalla “petalosa” Beatrice Lorenzin, al cui interno convergono le anime più centriste, ed infine +Europa lista alla quale, con il sostegno di Centro Democratico, è affidata la speranza di ritorno dei Radicali nel Parlamento. E’ inutile dire che tutti gli alleati del PD messi insieme rischiano di non fare neanche la metà del Partito Democratico stesso, ma sono sicuramente funzionali per i collegi plurinominali. Dopo la scissione del PD il centrosinistra appare frantumato. E’ nel DNA dello schieramento, dove ognuno tende ad apparire più a sinistra dell’altro, fino poi a scoprire che convergono tutti al centro. Chi ha governato paga sempre dazio in termini di consenso, perché non può parlare alla pancia dell’elettorato, e quando lo fa appare poco credibile e Renzi di questo ne sa qualcosa. Nella più rosea della aspettative non si dovrebbe superare il 32-33%. In tutti i casi è la prima volta che Matteo Renzi si propone al giudizio degli elettori, candidato al Senato (organo che lui stesso intendeva modificare radicalmente per eliminare il “ping-pong” del bicameralismo perfetto) lui potrebbe vincere a mani basse ma il rischio è che la sua coalizione resti ferma al palo in vista di una grande coalizione con il centrodestra.

Infine, ma non certo ultimo, almeno stando ai sondaggi, il Movimento 5 Stelle. La direzione che in questa stessa sede venne raccontata 3 anni fa, e in pochi ci credettero, è chiara. Il Movimento per vincere ha bisogno di tendere alla formalizzazione di ruoli e processi. Via dal logo l’indicazione beppegrillo.it, nuova associazione con connotati più politici che sociali, strutturazione di un’organigramma che dai vertici arrivasse capillarmente sui territori ed infine un capo politico, candidabile e coerente. La mutazione è avvenuta, ha richiesto più tempo di quanto supposto in questa sede, e nonostante l’incredulità di tanti attivisti, era prevedibile se non scontata. Oggi il M5S rappresenta la prima forza politica del Paese ma ciò non basterà. La quota del 40% è irraggiungibile. E’ la seconda volta che il Movimento si propone in Parlamento, e già per questo non rappresenta una novità. Da apprezzare però la strutturazione del programma condiviso con i cittadini, lo sforzo di liste pulite e la credibilità di chi non avendo mai governato richiede un’opportunità. Tuttavia il caos delle parlamentarie ed alcuni intoppi interni, mostrano un lato del Movimento troppo sensibile alla trasparenza nella misura in cui emerga la ragion di Stato. Luigi Di Maio candidato premier, dovrà essere in grado di crescere oltre qualunque aspettativa e di sopperire alle lacune che il Movimento sino ad oggi ha utilizzato per schernire gli avversari: conoscenza delle lingue e curriculum in primis.

La campagna continua, sui social Berlusconi ha conosciuto una forte impennata (da tener conto che partiva da poco più dello zero), Matteo Renzi e Luigi Di Maio si fronteggiano alla pari, Salvini si conferma. Nelle piazze sembra andare meglio il Movimento che riesce a portare più gente e a mostrare un lato più tradizionale che 2.0, nonostante sia il Movimento nato e cresciuto nel web. Il migliore staff di comunicazione resta quello del PD che identifica in 100X100 il messaggio della campagna, associata alla sostenibilità, realizzabilità e alla credibilità del programma. Giocata sui 100 passi (richiamando il celebre film e cercando di invadere il campo dell’onestà e dei valori antimafia) usando i colori della sinistra. Il centrodestra bene farebbe a svecchiarsi e ad investire su uno staff che non realizzi slogan ma messaggi che posizionino partiti e candidati. Occhio infine ai sondaggi, poco affidabili. Allo stato attuale va infatti considerato che il Movimento subirà più degli altri l’effetto astensione. Infatti gli under 35, cuore dell’elettorato 5 stelle, sono i più sensibili all’astensione. Attenzione anche all’effetto “desiderabilità sociale”, secondo la quale pubblicamente si tende a conformarsi all’opinione prevalente ma all’interno dell’urna…

Verosimilmente Renzi, quanto Berlusconi e Salvini potranno godere di questo effetto.

Come andrà a finire? Semplice: il voto non porterà a nessuna maggioranza e si dovrà ricorrere a tecnicismi, così vinceranno tutti (così diranno), perderemo tutti (così diremo).

 

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Nuovo simbolo della Lega Nord: più che un logo sembra un’istigazione.

Salvini e le ambizioni da premier: ecco come il partito del carroccio prova a riposizionarsi. Presentato il nuovo simbolo della Lega Nord, che strizza l’occhio al meridione tradendo le sue radici.

Il nuovo simbolo della Lega Nord è un tentativo di riposizionarsi sul mercato elettorale, lisciando il pelo agli ex nemici di sempre. Sono lontani gli anni in cui i meridionali erano colerosi e terremotati. Anni in cui sotto il Po si sognava una scossa che separasse il felice, ridente e ricco nord, da un triste, malavitoso e povero sud. Ma si sa, i tempi corrono e la bussola indica che c’è sempre un sud più a sud. C’è sempre un terrone più terrone, un povero più povero. E poi si sa, per tenere testa alle ambizioni di governo di Salvini non si possono mica triplicare le nascite di settentrionali puro sangue. Allora bisogna chiedere il voto anche a quelli lì, quelli sotto il Po. Turarsi il naso e sperare di non contrarre malattie. Un lavorio lungo, certosino e curato nei minimi dettagli. Ecco le principali azioni di comunicazione leghista per posizionarsi come forza nazionale e non più settentrionale.

  1. Il nemico unico, in pieno stile propagandistico, diventa l’immigrato. Figura mitologica che solitamente è descritta come assassino, pericoloso, stupratore, e se ci ruba il lavoro ed è “negro” è perfetto. Ottimo padre di famiglia o spacciatore, rom o senegalese, nato in Italia o meno, non importa, l’importante è che vada “via dalle balle”.
  2. Pensioni e lavoro. Ovvero il ciclo di vita di una persona. Sono questi i temi (oltre all’immigrazione) al centro dell’agenda della Lega di Salvini. Di fatto comprendono tutto, ma sono solo due temi. Una scelta ottima per colpire dai più giovani ai più anziani, senza entrare nel merito ma seguendo il malcontento di chi non trova lavoro (colpa degli immigrati o al massimo dell’Europa) e di chi ha lavorato per anni e dovrà continuare a farlo in attesa di una pensione che si allontana sempre di più.
  3. Cambiare volto, cambiare volti. Non più Bossi, Borghezio, Maroni. Il volto televisivo, radiofonico è solo quello di Matteo Salvini. Candidato premier, segretario, padre, padrone, custode, tesoriere, cuoco, usciere, fosse per lui si potrebbe anche cancellare il nome della Lega, al posto di un Noi con Salvini (già fatto).

Ecco da dove nasce il nuovo simbolo della Lega Nord.

  • Sparisce il verde padano
  • Entra il blu/azzurro italiano
  • via il sole delle Alpi
  • Scompare l’indicazione “NORD”

Resta soltanto il nome “LEGA” e la rappresentazione di Alberto da Giussano, leggendario combattente della battaglia di Legnano. Leggendario appunto perché studi storici non comprovano la reale esistenza. Così il logo rappresenterà solo un mito, una leggenda, quella di un uomo mai esistito e quella di un leader mai diventato.

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