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Risultati delle politiche 2018 , ecco perché il 5 marzo non cambierà nulla.

Il 5 marzo ti sveglierai, illuminerai come al solito il display del tuo cellulare, poche notifiche o nessuna. Su whatsapp tutto tace. Scrollata Instagram e Facebook, solite notizie, soliti volti.  Ti alzerai, andrai verso il bagno e penserai ad un’altra giornata da affrontare. Ma c’è qualcosa di diverso.  E’ il giorno dopo le elezioni, ma ancora i risultati non sono certi. Si è votato per le politiche 2018 e tu ci sei andato, volevi provare l’ebbrezza di un collegio plurinominale. Anche se non ne hai capito le regole lo hai fatto per sentirti più partecipe, più cazzuto degli altri.

Il caffè è lo stesso, il giornale online ha giusto cambiato il banner pubblicitario. Ci dovrebbe essere qualcosa di nuovo nell’aria. Un governo nuovo, proposte nuove, aria nuova. Sei turbato, non capisci cosa sia successo nella notte. Hai sognato di scivolare all’indietro, di tornare indietro nel tempo. Eppure questa mattina è il 5 marzo 2018, non si è riavvolto il nastro, ti sei semplicemente svegliato in Italia.

Sono passati mesi di campagna elettorale, anzi, anni, perché siamo abituati ad avere una campagna elettorale permanente. Ti hanno promesso bonus, dopo averti tolto i diritti. Ti hanno garantito soluzioni ai problemi che loro  stessi hanno creato. Un disco rotto, da anni la stessa cosa. Tutto cambia per non cambiare. La foto con un cagnolino, biciclette mai usate che fanno green e sportivo. Qualche post su Instagram per fare più social yeah!

Segui con trepidazione gli aggiornamenti per i risultati delle politiche 2018, ma niente. Ti toccherà aspettare che Enrico Mentana strapazzi a terra sfinito dalla maratona. Non ti lamentare è il Rosatellum bis baby.

Ancora niente risultati delle politiche 2018 sale la sensazione di disagio a tutto il tempo che in Italia sprechiamo. All’alba del secondo decennio è tutto rimasto fermo a “fascisti” e “anti fascisti”, i due lati della stessa medaglia. Perché durante la campagna elettorale pur di non spaventare nessun possibile bacino di voti non si è parlato mai (o quasi) di corruzione, evasione fiscale, mafia. Perché per i terremotati del centro Italia non sono stati buoni neanche a promettere. Perché per un possibile pugno di voti in più qualcuno ha lustrato ai piedi ai disabili, promettendo un Ministero, quando il tema non lo ha mai sfiorato. Aspetterai i risultati sapendo che il favoloso dossier di Fanpage sulla corruzione e le ecomafie doveva stravolgere un intero Paese, invece ha solo sconvolto la vita dei giornalisti coraggiosi che ora sono attaccati e processati.

Perché davanti alla ndrangheta che uccide in Slovacchia un giornalista, giovane quanto scomodo, nessuno ha parlato di un’Europa più unita, federale, coesa. Perché al posto di proposte costruttive hai sentito solo cazzate roboanti, dentiere gratuite, spedizioni Amazon di 600 mila vite umane non si sa dove, ma con Prime ci metteranno solo 24 ore.

Una sensazione sgradevole ti assalirà mentre vai a lavoro in auto, la solita radio, ti farà risentire le solite voci a commentare con le solite parole, gli stessi inutili risultati elettorali.

Il PD è sparito, la Lega Nord trionfa ma con il 20% non controllerebbe neanche un condominio. Il Movimento esulta ma come da vergognosa legge elettorale finisce sui banchi dell’opposizione. Casapound e Forza Nuova restano indegnamente dove neanche sarebbero potuti essere, ultimi in una competizione riservata alle forze partitiche che rispettano i principi costituzionali.

Avrai disgusto perché il tuo Paese resta fermo e qualcuno fa ancora la distinzione per razza, provenienza e religione, quando la più banale selezione dovrebbe essere tra buoni e cattivi, tra delinquenti e persone civili, e solo per questo indicare la porta di uscita o l’accoglienza.

Sarai disgustato perché solo in questo Paese ci poteva essere un parte politica così debole da avere un leader fermo alle lire e alle sue promesse di un futuro che non vedrà mai. Sarai disgustato perché si parla di populismi, ma in realtà sulla carta lo sono tutti. Come lo sono tutti, e non solo sulla carta, demagoghi, termine più corretto ma sparito dalla circolazione. Parlerai come al solito con i tuoi compagni, i tuoi colleghi, e capirai che il partito che hai sempre votato un tempo discuteva di moralità, ed oggi non vuole accettare lezioni da nessuno, quando qualche buon insegnamento forse ci avrebbe evitato qualche condannato di troppo.

Tornerai a casa con i risultati delle politiche 2018 sempre più vicini, sapendo che la questione morale si è andata a fare fottere e le liste erano piene zeppe di impresentabili. Preparerai la cena, consapevole di vivere in un Paese che ha il 2° debito pubblico più grande d’Europa e questo su di te pesa circa 40 mila euro. Sentirai le stesse voci che invece di informare e documentare vanno oltre, passano telecamera in mano a provocare reazioni scomposte di immigrati, spacciatori, che se scatta il pestaggio è un successo. Ti racconteranno un’altra Macerata, ma intanto oggi è un altro giorno pieno di stupri e abusi domestici o stalking lavorativi, da parte di quei santi bianchi italiani. E via Brioschi sparisce dai radar.

Ti guarderai allo specchio dopo aver sentito i risultati al Tg. Capirai che non è cambiato nulla, perché nessuno ha i numeri per governare, eppure grideranno alla vittoria tutti. Ora è tempo di una bella ammucchiata, di “senso di responsabilità”, di “rispetto delle istituzioni”. Abbiamo solo perso tempo e lo sapevamo, lo sapevano già tutti, colpevoli di aver partecipato ad una farsa. Nessuno ha i numeri per governare e nessuno, con questa legge elettorale e con questi partiti, li avrà mai.

Ora hai capito che non era un giorno come tanti, ma è rimasto tutto semplicemente lo stesso. Rincorreremo una nuova legge elettorale, ancora.

Attendendo giorni migliori arriverà l’estate senza mondiale e questo si che ci farà capire che qualcosa è finalmente cambiato, in peggio.

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Politiche 2018, il punto della situazione.

Il giorno in cui gli italiani saranno chiamati al voto si avvicina. Il 4 marzo si gioca la partita delle politiche 2018. Queste elezioni non passeranno alla storia per la campagna elettorale più avvincente, anzi. Si tratta di una sfida con pochi elementi di novità, stessi (quasi) protagonisti di sempre e una dialettica desueta. La sfida elettorale è condizionata gravemente anche da una riforma elettorale pasticciata, il cosiddetto Rosatellum Bis. 

Per governare servirà aggiudicarsi il 40% dei seggi, una quota totalmente fuori la portata di tutti gli schieramenti.

Scendiamo nello specifico e analizziamo l’andamento della campagna elettorale ed i possibili risultati che ci attenderanno il 5 marzo.

I sondaggi danno in testa la coalizione di centrodestra. Forza Italia, Lega Nord (detta anche Lega ma più appropriatamente in questa sede si continuerà a chiamarla con ciò che identifica questa forza politica) , Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia, rappresentano la coalizione che con i suoi arieti: Berlusconi (si ancora lui), Meloni e Salvini, puntano ad unire i voti ed arrivare al 40%.

Da queste parti la campagna è scontata, prevedibile e monotona. Alcuni esperti (forse non troppo) sostengono che Berlusconi sia ancora l’unico in grado di comunicare e di detenere la leadership del centrodestra. Sarebbe meglio fare un discorso inverso: il centrodestra in Italia si è ridotto a non avere un leader migliore di un ottantenne, condannato e incandidabile. Lento, in agonia, fortemente acciaccato. Berlusconi negli anni ’90 rispondeva al modello che lui stesso ha costruito: immagine curata, sorrisi, elenchi puntati, dinamicità, determinazione. Oggi una gaffe dopo l’altra, svampito. Abbraccia il femminismo e l’animalismo, parla ai pensionati e promette dentiere gratis. Insomma, in un Paese vecchio, l’unica speranza è non avere speranza. Al suo fianco Giorgia Meloni, che senza una coalizione, con il suo 6% non avrebbe i numeri neanche per presenziare ad un’assemblea di condominio, insiste su sicurezza, “italiani prima” e mercati economici e non finanziari. Per il resto di piano energetico, industriale, di investimenti in cultura e turismo, insomma di un programma, non se n’è sentito parlare. Forse meglio puntare al Ministero degli Interni? Infine Salvini. L’uomo nuovo da vent’anni. Non c’è che dire, il carisma ed il personaggio si posizionano perfettamente nel segmento della Lega. Rispetta tutte le buone norme della propaganda e cresce sui social. Ma alle urne continua a rimanere impotente. Immigrazione e riforma Fornero occupano l’80% della narrativa (anzi storytelling come amano dire quelli che ne sanno) forse agli italiani serve qualcosa in più.

Poi c’è il centrosinistra. La coalizione guidata dal PD e dal suo segretario Matteo Renzi. Il sostegno arriva da INSIEME che nel senso letterale del termine vuol dire ex Ulivo, PSI e Verdi. Poi c’è Civica guidata dalla “petalosa” Beatrice Lorenzin, al cui interno convergono le anime più centriste, ed infine +Europa lista alla quale, con il sostegno di Centro Democratico, è affidata la speranza di ritorno dei Radicali nel Parlamento. E’ inutile dire che tutti gli alleati del PD messi insieme rischiano di non fare neanche la metà del Partito Democratico stesso, ma sono sicuramente funzionali per i collegi plurinominali. Dopo la scissione del PD il centrosinistra appare frantumato. E’ nel DNA dello schieramento, dove ognuno tende ad apparire più a sinistra dell’altro, fino poi a scoprire che convergono tutti al centro. Chi ha governato paga sempre dazio in termini di consenso, perché non può parlare alla pancia dell’elettorato, e quando lo fa appare poco credibile e Renzi di questo ne sa qualcosa. Nella più rosea della aspettative non si dovrebbe superare il 32-33%. In tutti i casi è la prima volta che Matteo Renzi si propone al giudizio degli elettori, candidato al Senato (organo che lui stesso intendeva modificare radicalmente per eliminare il “ping-pong” del bicameralismo perfetto) lui potrebbe vincere a mani basse ma il rischio è che la sua coalizione resti ferma al palo in vista di una grande coalizione con il centrodestra.

Infine, ma non certo ultimo, almeno stando ai sondaggi, il Movimento 5 Stelle. La direzione che in questa stessa sede venne raccontata 3 anni fa, e in pochi ci credettero, è chiara. Il Movimento per vincere ha bisogno di tendere alla formalizzazione di ruoli e processi. Via dal logo l’indicazione beppegrillo.it, nuova associazione con connotati più politici che sociali, strutturazione di un’organigramma che dai vertici arrivasse capillarmente sui territori ed infine un capo politico, candidabile e coerente. La mutazione è avvenuta, ha richiesto più tempo di quanto supposto in questa sede, e nonostante l’incredulità di tanti attivisti, era prevedibile se non scontata. Oggi il M5S rappresenta la prima forza politica del Paese ma ciò non basterà. La quota del 40% è irraggiungibile. E’ la seconda volta che il Movimento si propone in Parlamento, e già per questo non rappresenta una novità. Da apprezzare però la strutturazione del programma condiviso con i cittadini, lo sforzo di liste pulite e la credibilità di chi non avendo mai governato richiede un’opportunità. Tuttavia il caos delle parlamentarie ed alcuni intoppi interni, mostrano un lato del Movimento troppo sensibile alla trasparenza nella misura in cui emerga la ragion di Stato. Luigi Di Maio candidato premier, dovrà essere in grado di crescere oltre qualunque aspettativa e di sopperire alle lacune che il Movimento sino ad oggi ha utilizzato per schernire gli avversari: conoscenza delle lingue e curriculum in primis.

La campagna continua, sui social Berlusconi ha conosciuto una forte impennata (da tener conto che partiva da poco più dello zero), Matteo Renzi e Luigi Di Maio si fronteggiano alla pari, Salvini si conferma. Nelle piazze sembra andare meglio il Movimento che riesce a portare più gente e a mostrare un lato più tradizionale che 2.0, nonostante sia il Movimento nato e cresciuto nel web. Il migliore staff di comunicazione resta quello del PD che identifica in 100X100 il messaggio della campagna, associata alla sostenibilità, realizzabilità e alla credibilità del programma. Giocata sui 100 passi (richiamando il celebre film e cercando di invadere il campo dell’onestà e dei valori antimafia) usando i colori della sinistra. Il centrodestra bene farebbe a svecchiarsi e ad investire su uno staff che non realizzi slogan ma messaggi che posizionino partiti e candidati. Occhio infine ai sondaggi, poco affidabili. Allo stato attuale va infatti considerato che il Movimento subirà più degli altri l’effetto astensione. Infatti gli under 35, cuore dell’elettorato 5 stelle, sono i più sensibili all’astensione. Attenzione anche all’effetto “desiderabilità sociale”, secondo la quale pubblicamente si tende a conformarsi all’opinione prevalente ma all’interno dell’urna…

Verosimilmente Renzi, quanto Berlusconi e Salvini potranno godere di questo effetto.

Come andrà a finire? Semplice: il voto non porterà a nessuna maggioranza e si dovrà ricorrere a tecnicismi, così vinceranno tutti (così diranno), perderemo tutti (così diremo).

 

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Nuovo simbolo della Lega Nord: più che un logo sembra un’istigazione.

Salvini e le ambizioni da premier: ecco come il partito del carroccio prova a riposizionarsi. Presentato il nuovo simbolo della Lega Nord, che strizza l’occhio al meridione tradendo le sue radici.

Il nuovo simbolo della Lega Nord è un tentativo di riposizionarsi sul mercato elettorale, lisciando il pelo agli ex nemici di sempre. Sono lontani gli anni in cui i meridionali erano colerosi e terremotati. Anni in cui sotto il Po si sognava una scossa che separasse il felice, ridente e ricco nord, da un triste, malavitoso e povero sud. Ma si sa, i tempi corrono e la bussola indica che c’è sempre un sud più a sud. C’è sempre un terrone più terrone, un povero più povero. E poi si sa, per tenere testa alle ambizioni di governo di Salvini non si possono mica triplicare le nascite di settentrionali puro sangue. Allora bisogna chiedere il voto anche a quelli lì, quelli sotto il Po. Turarsi il naso e sperare di non contrarre malattie. Un lavorio lungo, certosino e curato nei minimi dettagli. Ecco le principali azioni di comunicazione leghista per posizionarsi come forza nazionale e non più settentrionale.

  1. Il nemico unico, in pieno stile propagandistico, diventa l’immigrato. Figura mitologica che solitamente è descritta come assassino, pericoloso, stupratore, e se ci ruba il lavoro ed è “negro” è perfetto. Ottimo padre di famiglia o spacciatore, rom o senegalese, nato in Italia o meno, non importa, l’importante è che vada “via dalle balle”.
  2. Pensioni e lavoro. Ovvero il ciclo di vita di una persona. Sono questi i temi (oltre all’immigrazione) al centro dell’agenda della Lega di Salvini. Di fatto comprendono tutto, ma sono solo due temi. Una scelta ottima per colpire dai più giovani ai più anziani, senza entrare nel merito ma seguendo il malcontento di chi non trova lavoro (colpa degli immigrati o al massimo dell’Europa) e di chi ha lavorato per anni e dovrà continuare a farlo in attesa di una pensione che si allontana sempre di più.
  3. Cambiare volto, cambiare volti. Non più Bossi, Borghezio, Maroni. Il volto televisivo, radiofonico è solo quello di Matteo Salvini. Candidato premier, segretario, padre, padrone, custode, tesoriere, cuoco, usciere, fosse per lui si potrebbe anche cancellare il nome della Lega, al posto di un Noi con Salvini (già fatto).

Ecco da dove nasce il nuovo simbolo della Lega Nord.

  • Sparisce il verde padano
  • Entra il blu/azzurro italiano
  • via il sole delle Alpi
  • Scompare l’indicazione “NORD”

Resta soltanto il nome “LEGA” e la rappresentazione di Alberto da Giussano, leggendario combattente della battaglia di Legnano. Leggendario appunto perché studi storici non comprovano la reale esistenza. Così il logo rappresenterà solo un mito, una leggenda, quella di un uomo mai esistito e quella di un leader mai diventato.

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Consulente politico.

Il consulente politico è una figura professionale che supporta le attività di un politico o di un partito. Che sia in fase di candidatura o già eletto, il consulente politico ha un ruolo chiave nello scenario elettorale moderno.

Nello specifico e in parziale ordine, il consulente politico, anche noto come spin doctor, si occupa di:

  1. Analisi di scenario, contesto, elettorato e caratteristiche di riferimento dell’ambito politico.
  2. Strategia e pianificazione delle attività volte al consenso.
  3. Posizionamento del candidato o del partito.
  4. Affiancamento per la creazione del programma.
  5. Ideazione, attuazione e coordinamento della campagna elettorale.
  6. Gestione, coordinamento e supervisione degli strumenti.
  7. Gestione agenda ed eventi.
  8. Coordinamento dello staff e delle risorse che collaborano con candidato o partito.
  9. Report dati e monitoraggio attività.
  10. Media planning e gestione contatti.

Non poco vero? Inoltre il consulente politico, in coerenza e continuità con il profilo politico in questione, studia e si sofferma sui dettagli della comunicazione efficace. Dettagli che vanno dal vestiario, alle parole chiave, fino ad arrivare alla gestualità e allo storytelling.

Un buon consulente politico conosce alcune dinamiche della competizione elettorale e della comunicazione per il consenso, che sono specifiche, incisive e decisive nelle tornate elettorali. Una buona conoscenza delle normative e delle regole del gioco (leggasi legge elettorale), un’accurata analisi dei contesti ed un’attitudine a lavorare su più fronti, completano la figura ideale per avere il giusto supporto prima, durante e dopo una campagna elettorale.

Non va trascurato poi il profilo digitale. Web e social media management rappresentano ad oggi una priorità. Il consulente politico deve possedere notevoli nozioni e capacità di sviluppare strategie di presenza, volte al consenso nell’ambito digitale; oggi più decisivo che mai nel mercato più difficile di tutti: quello elettorale.

Vuoi saperne di più? Approfondisci qui 

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Elezioni in Sicilia, chi ha vinto e chi ha perso.

Le elezioni in Sicilia sono un test nazionale. Anzi no. Forse.

Sono le elezioni in Sicilia e come tutte le elezioni hanno un peso specifico, quello della dimensioni in cui e per cui si vota. Tuttavia offre delle indicazioni nazionali. E’ il tempo dei risultati.

Se alla vittoria urlano tutti, resta un dato inconfutabile, quello degli sconfitti. Senza ombra di dubbio ad aver preso una grave bastonata è il Partito Democratico che è già in tumulto. A Ostia il quadro è ben definito: vince l’astensione, con un dimezzamento dei votanti, al ballottaggio invece andrà il Movimento 5 Stelle con Giuliana Di Pillo (30,5%) contro il centrodestra con Monica Picca (26,6%). Anche qui il PD con Athos De Luca, rimane ai margini con un 13,60%.

Alle elezioni in Sicilia invece oltre ad un lieve aumento dell’astensione ed una bocciatura senza appello al mandato di Crocetta e alla coalizione di centro sinistra, ci sono due dati rilevanti.

  1. Il centrodestra pur di vincere sa chi candidare e come candidarli. Che siano impresentabili, che provengano da gruppi nettamente diversi, uniti da alleanze improbabili, alle elezioni in Sicilia è confermato il solito pragmatismo. Singolarmente nessun partito della coalizione si può dire soddisfatto, anzi. Forza Italia, che affonda le sue radici in Sicilia e che qui ha sempre avuto ottimi riscontri è ben distante dall’essere un partito dei grandi numeri.
  2. Il Movimento 5 Stelle ha il vento in poppa. Nonostante le dinamiche locali e l’intransigenza su alleanze e accordi, i 5 Stelle piazzano un colpo storico, affermandosi come primo partito. Ciò che può apparire come contraddittorio e paradossale, si rivela vincente. Le coalizioni, ovvero più partiti messi insieme, non riescono a fare i numeri di cui è capace il Movimento.

Ma le regole del gioco si sa, sono fondamentali, e che piaccia o no sono quelle che determinano vincitori e vinti. Se hai fatto più possesso palla, hai tirato più volte nello specchio della porta ma non hai segnato, hai fatto una gran bella partita, ma la partita è persa.

Eppure sembra che, nonostante la mancata elezione di Cancelleri, il Movimento 5 Stele ha vinto per due motivi fondamentali:

1- E’ la prima forza politica in Sicilia e al momento anche in Italia.

2- La Sicilia è una grossa gatta da pelare. Come per Roma, la regione sicula avrebbe potuto rappresentare un boomerang in vista delle prossime elezioni politiche.

Mai un secondo posto si rivelò tanto utile in politica.

 

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Legge elettorale e nuovi scenari, ecco come vincere le elezioni.

In molti sostengono che ci siano cose ben più importanti della legge elettorale. Eppure si tratta delle regole del gioco, di tutto ciò che riguarda il funzionamento della cosa pubblica. Del come, quando, perché, dove e chi dovrà rappresentare i cittadini nelle relative istituzioni.

Ed è proprio per questo motivo che la legge elettorale è l’argomento più temuto e sensibile. All’interno dei palazzi ben più che nelle strade (dove per ignoranza, pigrizia o semplice incomprensibilità sfugge l’importanza), il tema è spinoso ed obbliga i partiti a riposizionamenti e accordi.

Di fatto la legge elettorale rappresenta i criteri e le regole con cui ci si può candidare e vincere le elezioni. Come per i bandi pubblici e le gare d’appalto, criteri e regole sono fondamentali per scongiurare che si creino le solite ditte mangiatutto e che non sia tutto stabilito a tavolino. L’intero attuale scenario politico italiano si regge su una peculiarità: il Movimento 5 Stelle non si allea con altri simboli, partiti, movimenti. Il che rende di semplice lettura l’attuale proposta di legge come la direzione di tutte quelle che verranno: vince chi ha listoni, alleanze e gradi cordate.

Ecco perché, dopo un periodo di unificazione dei partiti, e degli unici brand come PDL e PD, si ritorna alla frammentazione dell’offerta. Da un panorama fortemente bipolare ad uno tripolare, vediamo il perché. Il PD si scompone in Possibile, Sinistra Italiana e MDP. Forza Italia lancia la sua estensione di brand dalle parti della Brambilla, con il nuovo Movimento Animalista. Quest’ultimo rappresenta il perfetto utilizzo del concetto di riposizionamento sul mercato. Con una crescita così ampia delle sensibilità animaliste, appare geniale il lancio di questo prodotto sul mercato. E’ evidente che la casa madre sia Forza Italia ed il nuovo Movimento aumenterà il consenso indiretto al partito di Berlusconi di almeno 4-5 punti percentuale. Marciare divisi e colpire uniti è una strategia molto valida in determinati contesti, dove, vuoi per delle difficoltà interne, vuoi per erodere e presidiare fasce di consenso altrui, i partiti lanciano dei nuovi prodotti, fortemente integrati con la casa madre. Non bevi Coca-Cola perché è troppo zuccherata? Ecco Coca-Cola zero. E’ poco green? Ecco Coca-Cola life. Se proprio non ti piace allora sappi che Coca-Cola sui banconi del supermercato è anche acqua, succhi di frutta e birra.

Ciò avviene anche per i partiti.

Se non voti PD perché c’è Renzi, eccoti Sinistra Italiana. Se non lo voti perché troppo poco vicino al mondo del lavoro eccoti MDP. E così accade a destra. Se troppo destra eccoti un po di centro, se troppo al centro eccoti un po di destra. Se poco vicino ai pensionati eccoti il partito, se poco animalista eccoti il movimento.

A proposito di Movimento, come la mettiamo con i pentastellati? Se rimanere inflessibili sulle proprie politiche interne ha rappresentato fino ad oggi il vero punto di forza, appare evidente che l’acquisizione di ulteriore consenso sarà dovuto dalla capacità di invadere altre aree. Per farlo esistono solo tre alternative: allearsi, estendere la propria linea, o entrare in nuove aree di consenso. La prima appare impraticabile e molto probabilmente risulterebbe un boomerang. La seconda è la più attendibile, permettendo la nascita di sub-movimenti (come liste civiche) con animi specifici : animalisti, vegani, sportivi, pensionati, tanto per dirne alcuni. La terza è quella che sembra essere percorsa, ma il rischio è quella che da Movimento 5 Stelle si passi al Movimento 4 stagioni.

Per piacere a tutti o a più persone, non c’è altra soluzione.

 

 

Copertina da Investireoggi,it
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