Archivio degli autori Alberto Siculella

Cashback, spendi e ti rimborsano il 10%.

  • Al fine di incentivare l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici, lo Stato ha previsto il riconoscimento del diritto a un rimborso in denaro per le persone fisiche maggiorenni residenti nel territorio italiano.

    Vediamo in sintesi come funziona.
    – A partire dall’8 dicembre
    – chi paga con carta di credito, bancomat o app per pagamenti digitali, può ricevere un rimborso del 10% (cashback)
    – Il cashback è uno strumento finalizzato a sostenere i piccoli e medi commercianti fisici, perciò non vale per acquisti online.
    – Per accedere al cashback è necessario aver effettuato almeno 10 transazioni.
    Il rimborso avverrà a febbraio 2021.
    – Per partecipare al programma cashback sarà necessario scaricare l’APP IO – ecco il link – https://io.italia.it/
    – L’APP IO è una piattaforma della Pubblica Amministrazione dove occorrerà registrarsi con CARTE D’IDENTITA’ ELETTRONICA o SPID (SISTEMA PUBBLICO DI IDENTITA’ DIGITALE)  inserire il proprio codice fiscale, gli estremi della propria carta e l’IBAN, perché il rimborso avverrà direttamente sul proprio conto corrente.
    – Dopo la fase sperimentale del periodo natalizio, il piano di cashback entrerà a regime a partire da gennaio 2021 e prevedrà periodicamente un rimborso massimo di 150 euro su base semestrale, per un totale di 300 euro annui
    – Inoltre nel 2021 entrerà in campo il supercashback, destinato ai primi 100mila cittadini che effettueranno il maggior numero di pagamenti con mezzo elettronico (carte e app). Oltre al rimborso del 10% verrà riconosciuto un premio di 1.500,00 euro direttamente sul conto corrente.
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Amazon, alcune verità.

Nella retorica nostrana, quando non si è capaci di arrivare ad un punto, si tende a screditare ciò che qualcuno ha fatto di meglio. La volpe che non arriva all’uva. No, non è il caso di Amazon. 

E’ il caso di centinaia di migliaia di imprese che in Italia hanno investito a tempo debito nel digitale. Imprese che hanno formato il proprio personale, investito in logistica, in sviluppo di portali e-commerce, siti vetrina o blog, per raccontare la propria attività, renderla reperibile e avvicinabile. Attività che hanno svolto del sano social media management, realizzando comunicazione di brand, di prodotto e sviluppando social commerce, financo all’estero, con ambizione, quanto con remunerative campagne ben profilate, con cui aggredire nuovi target e nuovi mercati.

E gli altri? Stanno a guardare. Nel 2020 è impensabile scagliarsi contro Amazon senza aver fatto nulla per evitare che Amazon cannibalizzasse il mercato interno. Molte PMI in Italia preferiscono affiliarsi al colosso del web, piuttosto che investire nella disintermediazione. Meglio l’uovo oggi che la gallina domani. Ed è così che da vittima si diventa carnefici. Commissioni, costi e digitalizzazione senza esperienza di brand, identità, senza fidelizzazione al consumo, preferite ad un lavoro lungimirante di strutturazione strategica e digitale.

Con una logistica impazzita, in una corsa al ribasso, al just in time, pagato a caro prezzo da dipendenti mossi come pedine impazzite, con un braccialetto contapassi che misura il tempo di riuscita di ogni processo, Amazon ha ulteriormente aumentato fisiologicamente il suo volume di affari nell’anno del covid.

Lo scenario dei diritti del lavoratore, dello sviluppo delle attività è sotto gli occhi di tutti, ma molte affermazioni su Amazon sono infondate o maliziosamente ritoccate ad arte.

  • Evasori fiscali? Non del tutto. Non in Italia. Non con i prodotti italiani. Amazon ha una sua linea, che fattura in Lussemburgo (per l’Europa- facendo dumping) e prodotti terzi di affiliati, la cui vendita è tassata secondo il Paese in cui si opera la compravendita. Tra IRAP, IRPEF e IVA Amazon Italia nel 2019 ha versato al fisco 230 milioni di euro.
  • Anti-trust? Qui il vero punto dolente. Amazon gode di una posizione privilegiata, data dal contesto e dall’economia di scala che può applicare. Nel momento in cui la pandemia ha bussato alle porte dell’Europa, ci si è resi conto della necessità di amazzonizzarsi. Su questa posizione, Amazon ha fatto forza, puntando a vendere non i prodotti degli affiliati, ma i propri, (spesso dalle manifatture-schiavitù di mezzo mondo sommerso) avvantaggiandosi della propria posizione, non solo per la chiusura delle attività, ma privilegiando la vendita della propria merce a danno degli affiliati, gestendo i dati di questi ultimi.
  • Minaccia? Si, ma solo nel momento in cui fa leva sulla posizione di dominio sul mercato globale e nel caso di violazione dei dati degli affiliati per vendere la propria merce e non quella degli affiliati.
  • Opportunità? Si, affiliarsi ad un provider strutturato, riconoscendone i costi di commissione, per vendere ciò che altrimenti rimarrebbe invenduto, resta un’opportunità. Strutturare un listino prezzi con un pricing dinamico, facilita la gestione dei costi, per trarne utili senza restare alla canna del gas.

Perciò Amazon deve far discutere più della sua posizione sul mercato che non come strumento di mercato. Dei diritti violati sulla privacy, degli stipendi da fame e non sulle tasse (versate) derivanti dai profitti di aziende affiliate. Amazon deve essere uno strumento, una risorsa per strategie strutturate, in un’ottica di competizione globale, con un pricing dinamico, mentre si lavora e si investe su una struttura in housing capace di avere un volume più basso di ordini, ma al contempo più alto nei fatturati.

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Turismo post covid.

Da una crisi può nascere una grande opportunità. Sembrano luoghi comuni, parole in libertà, eppure ci sono i dati a spiegarci che ci sono segnali evidenti di una necessità fondamentale: diminuire le quantità, aumentare la qualità. Un nuovo equilibrio.

Il turismo in Italia, nel complesso, rispetto al 2019 subisce un arresto del 49,7%, con 57 milioni di turisti in meno. Di questi, circa il 68%, ovvero quasi 39 milioni, direzionati dai grandi operatori nelle mete più gettonate e nell’alta stagione. Una mole immensa che effettivamente rispecchia la situazione in città come Venezia, la cui presenza del turismo di massa, ha lasciato spazio ad insolite camminate nel silenzio, lontano da file, attese e code.

Il turismo in Italia incide oltre il 14% del PIL, stesso numero, in miliardi, che quest’anno mancheranno dagli incassi della ricettività. Prima della pandemia, in soli 20 comuni d’Italia si concentrava 1/3 del flusso turistico, flusso che in concomitanza di alta stagione realizzava un overtourism dannoso e spesso neanche performante economicamente.

Tale scenario ha spinto e sollecitato dinamiche di mercato di stile predatorio: ristorazione e sistema extra alberghiero fuori controllo, aumento esponenziale dei prezzi, diminuzione dei servizi, rapporto dipendenti/ospiti ben sotto la capacità di carico.

Uno scenario meglio rappresentato dalla TURISTIFICAZIONE. Il fenomeno secondo il quale le città si prestano a diversificare, progettare e mutare la propria identità per accogliere il turista. L’esatto contrario del LOCALHOOD, la turistificazione si evidenzia con queste caratteristiche:

  • svuotamento dei centri storici , i residenti convertono la propria residenza/dimora in struttura ricettiva extra alberghiera
  • artigianato locale convertito in bazar con prodotti altamente omologati spesso di manifattura estera
  • presenza fortemente concentrata di attività di somministrazione food & beverage
  • inflazione immobiliare (un appartamento di 90 mq,  in centro a Roma può essere affittato a 1.500,00 euro al mese, convertendola in B&B con un’occupazione del 70% triplichi la cifra – perciò chi affitta a famiglie o privati, alza la posta in gioco)
  • perdita identitaria di modi e usanze del luogo, in definitiva di identità.

E allora? Quale è l’opportunità?

L’opportunità sta nel creare un nuovo modello di sviluppo turistico, realizzando itinerari fuori dai centri, implementando il flusso verso borghi autentici, basandosi su una progettazione di destination management che esalti le peculiarità del territorio, creando pacchetti localhood, di immersione nella quotidianità del luogo, nell’identità del territorio. Sostenere i percorsi ciclabili extra-urbani, mobilità elettrica a supporto di trasferimenti da e per le principali città. Percorsi esperienziali, per immergersi nella coltivazione, raccolta, produzione, preparazione enogastronomica e culinaria.

Spostare i flussi non solo significa decongestionare centri urbani al collasso, ma promuovere un territorio per il 70% inesplorato dal turismo estero, che sempre di più apprezza le caratteristiche autentiche del luogo che visita, ma non è indirizzato propriamente. Significa rivalutare ripristinare un equilibrio tra domanda e offerta, nonché rendere economicamente più performante le attività turistiche, che potranno contare su specifici gruppi che investono alla ricerca dell’autentico. In poche parole, per rendere semplice e più chiaro il discorso, il nuovo turismo può e deve realizzare un deflusso dai principali hub ai nodi di interconnessione territoriale. Da Roma, organizzare l’arrivo a Bassiano, dove alloggiare in una struttura tipica, prendere una bici e visitare fattorie e imprese dell’agro. Una navetta elettrica la sera ti accompagnerà nella vicina per una cena nel centro storico. E così via. 

Significa coinvolgere e generare nuovi mercati, strutturare nuove offerte, ampliare la rete di investimenti lì dove il gap è notevole, offrendo, anche ai residenti, investimenti utili alla propria comunità. Pensate ad un piccolo borgo privo di rete fognaria. Pensate a piccole navette elettriche che possano collegare i paesini di un colle.

Pensate ad un turismo che si adatti alla comunità, al territorio e non il contrario. E’ questa la vera opportunità, governare il turismo senza esserne dominati. 

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Lettera aperta di una partita IVA a Conte.

No caro Presidente non ci siamo proprio. Noi italiani eravamo abituati a veder fare le corna e raccontare barzellette nei meeting europei. Siamo stati abituati a sentire invettive lanciate contro l’Europa comodamente seduti nel salone di Porta a Porta e a Bruxelles poi si andava col pannolone. No Presidente, lei ci parla di 600,00 euro esentasse e di prestiti garantiti dallo Stato, noi siamo abituati ad avere promesse di mila euro a fondo perduto, anche se fino ad oggi l’impresa galleggiava nei debiti, eludeva ed evadeva fisco, tasse, imposte. Caro Presidente, lei non sa quanto sia faticoso, per colpa di una minoranza, non avere coperture per un welfare esteso a tutte le P.IVA. Eppure tra tutte le P.IVA oneste e serie, ci sono quelle che trovano sistematicamente un meccanismo con il quale fregare lo Stato. Le provano tutte, impiegano risorse in nero o a metà. Hanno pensato di non adattarsi mai al cambiamento, e l’e-commerce lo snobbano, il social media manager lo schifano. Preferiscono rimanere ancorati alla logica patriarcale restando lontani dalla logica manageriale, dove merito, competenza, specificità e strategia sono costi, non investimenti, che oggi gli avrebbero salvato la pelle. Oggi sono proprio quelli che vivono di espedienti a fare la voce grossa, e lei non comprenderà mai quanto a gente come me, a tutte le P.IVA che conoscono il rischio d’impresa, il guadagno e le perdite, il risparmio e l’investimento, l’innovazione ed il mercato, sentire tanta polemica infastidisca. Tutti assistenzialisti con i contributi degli altri. L’Europa non funziona per nulla, perché chi ha collaborato alla sua configurazione si è venduto l’anima pur di preservare poltrone, reti di interesse. I nostri precedenti governi hanno votato le peggiori porcate, dal MES (2011-2012) al Trattato di Dublino, e oggi voi fate solo un breve cenno alle responsabilità del passato? La sanità divorata per interessi dei privati, il welfare mangiato da corruzione, grandi opere in mano alle mafie, e oggi lei pensa solo al futuro? No, no, no. Noi siamo nostalgici, ci dobbiamo piangere addosso e scagliarci contro qualcuno, ci ripensi, farebbe comodo anche a lei.

No caro Giuseppe, lei da Barbara D’Urso è andato a parlare di attività politiche e iniziative governative, ma neanche un piccolo cenno al nome del suo cagnolino, alle coccole del gattino o a come e chi cucina in casa?
Lei è in continuo ritardo con le sue conferenze stampa, dove mai si è visto che un Premier prima si confronti con tavoli tecnici, gruppi parlamentari e uffici? Gli italiani muoiono di fame oggi, ma anche a cinque giorni dalla chiusura delle attività, gli italiani muoiono di fame sempre, e poco importa se alcuni di questi poi guidano SUV, parlano con Iphone 5mila, e vivono di viaggi e sfarzi quotidiani. E il suo governo di incapaci cosa fa? Mette il reddito di cittadinanza per dare cibo, pagare affitti e bollette agli indigenti, ed il problema non sono i furbi che tentano di approfittarsene, ma voi incompetenti che erogate questo sussidio. A proposito di reddito di cittadinanza, di questi tempi sarebbe utile, ma non lo dica a nessuno, non voglio passare per parassita.

Caro Presidente, lei si sta prendendo una responsabilità. Lei ci sta facendo pensare che è possibile governare bene un Paese in un’emergenza senza precedenti, in una situazione straordinaria, quando per decenni non abbiamo saputo governare l’ordinario? Ci vorrebbe dire che in meno di 3 anni ha garantito continuità di governo in un Paese abituato ad avere le elezioni ogni 20 mesi? Ma si beva un mojito, è un bell’uomo si diverta. Senta Presidente, noi siamo stanchi del suo stile pacato, della sua diplomazia, del suo capello sistemato e dell’abito impeccabile, se non fa il bunga bunga a cosa serve? Se non se ne approfitta per creare una rete di potere che bisogno ha di fare tutto questo? Presidente le teniamo il fiato sul collo, abbiamo già il nomignolo per sfotterla: “Giuseppi”, non abbiamo trovato nulla di più avvelenato che riutilizzare la pronuncia sbagliata di Trump, ma sappiamo quanto sia infastidito nel sentirsi chiamare Giuseppi.

Presidente ora la smetta, non siamo abituati a tutto questo. Si involgarisca, ci racconti che la luna è nel pozzo, basta con “criteri di adeguatezza specifica e principi di proporzionalità“, ci faccia sognare, ci dica che tutto finisce subito, che avremo un sacco di soldi, che le nostre imprese ripartiranno senza debiti, che vivremo un’Italia migliore, ma lo faccia in modo eclatante, perché siamo abituati a chi racconta favole, non a chi crede nei sogni.

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Turismo: quanto ci costerà questo virus?

Dai dati Eurostat e Citi Research, si stima che se dovessimo limitare l’orizzonte temporale ad un mese, il Corona Virus inciderebbe sul PIL con una riduzione del 3,6% . Sul turismo in particolare si è abbattuta una vera tempesta: l’annullamento delle prenotazioni, il blocco dei voli verso il nostro Paese, la sospensione delle gite scolastiche (che già da sola vale una fetta da 316 milioni di euro), la cancellazione di eventi (vedere il Salone del mobile e il Carnevale di Venezia), determinano un vero crollo nel settore turistico.

Come può essere ben compreso, arrivi e presenze determinano in sostanza un numero di turisti, ospiti, consumatori, che incidono notevolmente in un Paese a forte trazione turistica. Basti pensare che il 2019 ha visto in Italia 440 milioni di turisti, che hanno garantito all’intero indotto un’occupazione di circa 4 milioni di risorse. 

Napoli ha già perso 15mila visitatori e si prevede una perdita del 30% per Pasqua; 

Venezia perde il 40%

Riviera Romagnola disdette di massa (teme ricadute anche per l’estate)

Lazio c’è stato un crollo delle prenotazioni del 60-70% relative anche ai mesi dopo la Pasqua. 

A Milano i dati di debooking arrivano all’80% e l’occupazione delle camere è attorno al 20%. 

Allora cosa fare? Sicuramente l’intero 2020 sarà caratterizzato da una contrazione della spesa ed una maggiore densità stagionale, salvo che la pandemia abbia orizzonti temporali ulteriormente più estesi. Se anche l’Italia uscisse fuori prima e meglio di altri Paesi da questa situazione, sicuramente dovremo attenderci delle direttive per bloccare eventuali arrivi da Paesi che nel frattempo potrebbero vedere crescere il numero di contagi. Perciò in un’ottica a medio-breve periodo sicuramente dovremo incentrare gli sforzi su domanda ed offerta interna, incentivando turismo nostrano, e spostando l’eventuale domanda di mete estere sulle località italiane. Ecco alcuni spunti:

  • sospensione tassa di soggiorno per cittadini residenti in Italia
  • voucher da utilizzare per prenotazioni in strutture ricettive italiane
  • detrazioni fiscali su acquisti di beni e servizi collegati all’indotto turistico: food & beverage, eventi, attività sportive/culturali, escursioni ecc.

Inoltre restano svariate le iniziative che i privati possono adottare: impiego di percettori di reddito di cittadinanza, con conseguente sgravio fiscale, promozione digitale di strutture, prodotti e servizi, aumentando la capacità di consegna a domicilio o di prenotazione telematica, e mantenimento degli standard igienico-sanitari a prova di virus atti a consolidare le necessarie barriere al COVID19. Abbiamo talento, risorse e determinazione per farcela, e ce la faremo.

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COVID 19: una lezione di umanità e di umiltà.

Sarà capitato anche a voi di sentire una strana sensazione di vuoto guardando gli stadi e gli impianti sportivi, le palestre, le città e gli studi televisivi deserti. Vi sarete sentiti almeno un pizzico giù di morale, depressi o storditi.

Chiusi nel nostro mondo fatto di abitudini, scuole, lavoro, università, code, tasse, spese, ci siamo resi conto di essere tremendamente umani. Vivevamo già un isolamento fatto di display, smartphone e social, ma ora che ce lo chiedono siamo terrorizzati.

Aperitivi, shopping, passeggiate; all’improvviso tutto si ferma. Improvvisamente fragili, imperfetti, finemente umani. In un mondo che inquiniamo e deturpiamo quotidianamente, la natura, in diversi modi e forme, ci presenta il conto, ricordandoci che siamo umani.

Scopriamo che tumori, incidenti e problemi cardiaci, che sono le principali cause di morte, non fanno paura quanto il COVID19. Scopriamo di avere paura, non perché il corona virus sia più letale di ciò che ci ammazza quotidianamente, ma perché non lo conosciamo, non abbiamo vaccini, è invisibile e potenzialmente ognuno di noi ne può essere portatore. Non abbiamo un nemico, non è straniero, non ha confini, razza, religione. E’ contagioso. E’ una guerra, ma non è assordante, non esplodono armi, è silenziosa, ed è fatta di “goccioline” trasmesse da una persona all’altra.

E’ una lezione che difficilmente ci dimenticheremo. Il virus ci sta insegnando che lavarsi le mani è sempre utile, che starnutire o tossire senza porre una chiusura alla fuoriuscita di particelle da bocca e naso è dannatamente dissennato. Scopriamo improvvisamente che il mondo a cui ci siamo abituati è fatto da consuetudini superflue e che lo smart working, il lavoro da remoto per lavorare da casa inizia ad essere utile oltre che meno dispendioso in termini di mobilità, tempo e risorse. Scopriamo che il mondo globale subisce l’effetto domino e che “un battito d’ali di una farfalla in Cina può provocare un uragano in Europa”.

Scopriamo che l’inquinamento siamo noi e che l’allarme polveri sottili sta gradualmente rientrando. Notiamo le pulizie nelle città, chiamate anche straordinarie o “sanificazione”, quando acqua e candeggina ogni tanto non farebbero male. Scopriamo ritmi meno frenetici, meno code, meno clacson. Scopriamo il vero significato di virale, e che il virus lo è tanto quanto le fake news. Ci scopriamo tutti epidemiologi, ma abbiamo bisogno di Barbara D’Urso per capire come lavarci le mani. Scopriamo che i cervelli in fuga si possono trasformare in fughe senza cervello.

Scopriamo il peso del pregiudizio, per ogni colpo di tosse uno sguardo sospetto. Scopriamo che tutto ha un valore ben più grande di quanto ne attribuiamo nella quotidianità. Che le Istituzioni hanno un senso e che a furia di screditarle, denigrarle, rischiamo di non avere punti di riferimento, guide autorevoli, nel marasma del web e del Dottor Google.

Vediamo la fragilità dell’Europa che non si è mai profusa nell’impegno di dotarsi di protocolli unici per la sicurezza e la salute pubblica: a fine epidemia italiana, come faremo con turisti provenienti da Paesi che stanno conoscendo solo ora l’aumento dei contagi?

Subiamo il peso di chi ha fatto politica sulla pelle dei cittadini e che, in un folle gioco al rialzo, ha creato panico e confusione, pur di dimostrare l’utilità di un “uomo solo al comando”.

Il contrario. Da soli non si va da nessuna parte, perché servono competenze, teste, cuori. Servono i legislativi che nottetempo scrivono decreti, servono i medici e i tecnici dell’Istituto Superiore di Sanità. Servono gli esperti dei nostri presidi ospedalieri e tutte le intelligenze del Paese. Scopriamo che l’informazione e la trasparenza hanno un costo, ma vale la pena investirci.

Scopriamo che gli scandali, i tagli e le frodi perpetrate nell’ultimo ventennio le paghiamo oggi, e che mentre puntavamo il dito contro quello e questo, la corruzione, come il peggiore virus, si insidiava ovunque, devastando un sistema Paese che oggi campa prevalentemente di risorse nervose, di talenti e di speranze.

Comprendiamo solo oggi che il concetto di “chiuso” è sempre relativo, perché nulla può essere controllato, chiuso e sigillato, neanche un carcere di massima sicurezza, figuriamoci un mondo globale, sferico e non piatto come qualcuno preferirebbe immaginarlo.

Comprendiamo oggi che il virus ci ha resi meno sicuri di noi stessi, che siamo profondamente umani, e che “la retorica efficientista è definitivamente scaduta” e che forse, a volte, è meglio fermarsi, ragionare, riconoscere le competenze, i livelli, e mettersi da parte, a svolgere il compito, con umiltà e dignità.

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