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Lettera aperta di una partita IVA a Conte.

No caro Presidente non ci siamo proprio. Noi italiani eravamo abituati a veder fare le corna e raccontare barzellette nei meeting europei. Siamo stati abituati a sentire invettive lanciate contro l’Europa comodamente seduti nel salone di Porta a Porta e a Bruxelles poi si andava col pannolone. No Presidente, lei ci parla di 600,00 euro esentasse e di prestiti garantiti dallo Stato, noi siamo abituati ad avere promesse di mila euro a fondo perduto, anche se fino ad oggi l’impresa galleggiava nei debiti, eludeva ed evadeva fisco, tasse, imposte. Caro Presidente, lei non sa quanto sia faticoso, per colpa di una minoranza, non avere coperture per un welfare esteso a tutte le P.IVA. Eppure tra tutte le P.IVA oneste e serie, ci sono quelle che trovano sistematicamente un meccanismo con il quale fregare lo Stato. Le provano tutte, impiegano risorse in nero o a metà. Hanno pensato di non adattarsi mai al cambiamento, e l’e-commerce lo snobbano, il social media manager lo schifano. Preferiscono rimanere ancorati alla logica patriarcale restando lontani dalla logica manageriale, dove merito, competenza, specificità e strategia sono costi, non investimenti, che oggi gli avrebbero salvato la pelle. Oggi sono proprio quelli che vivono di espedienti a fare la voce grossa, e lei non comprenderà mai quanto a gente come me, a tutte le P.IVA che conoscono il rischio d’impresa, il guadagno e le perdite, il risparmio e l’investimento, l’innovazione ed il mercato, sentire tanta polemica infastidisca. Tutti assistenzialisti con i contributi degli altri. L’Europa non funziona per nulla, perché chi ha collaborato alla sua configurazione si è venduto l’anima pur di preservare poltrone, reti di interesse. I nostri precedenti governi hanno votato le peggiori porcate, dal MES (2011-2012) al Trattato di Dublino, e oggi voi fate solo un breve cenno alle responsabilità del passato? La sanità divorata per interessi dei privati, il welfare mangiato da corruzione, grandi opere in mano alle mafie, e oggi lei pensa solo al futuro? No, no, no. Noi siamo nostalgici, ci dobbiamo piangere addosso e scagliarci contro qualcuno, ci ripensi, farebbe comodo anche a lei.

No caro Giuseppe, lei da Barbara D’Urso è andato a parlare di attività politiche e iniziative governative, ma neanche un piccolo cenno al nome del suo cagnolino, alle coccole del gattino o a come e chi cucina in casa?
Lei è in continuo ritardo con le sue conferenze stampa, dove mai si è visto che un Premier prima si confronti con tavoli tecnici, gruppi parlamentari e uffici? Gli italiani muoiono di fame oggi, ma anche a cinque giorni dalla chiusura delle attività, gli italiani muoiono di fame sempre, e poco importa se alcuni di questi poi guidano SUV, parlano con Iphone 5mila, e vivono di viaggi e sfarzi quotidiani. E il suo governo di incapaci cosa fa? Mette il reddito di cittadinanza per dare cibo, pagare affitti e bollette agli indigenti, ed il problema non sono i furbi che tentano di approfittarsene, ma voi incompetenti che erogate questo sussidio. A proposito di reddito di cittadinanza, di questi tempi sarebbe utile, ma non lo dica a nessuno, non voglio passare per parassita.

Caro Presidente, lei si sta prendendo una responsabilità. Lei ci sta facendo pensare che è possibile governare bene un Paese in un’emergenza senza precedenti, in una situazione straordinaria, quando per decenni non abbiamo saputo governare l’ordinario? Ci vorrebbe dire che in meno di 3 anni ha garantito continuità di governo in un Paese abituato ad avere le elezioni ogni 20 mesi? Ma si beva un mojito, è un bell’uomo si diverta. Senta Presidente, noi siamo stanchi del suo stile pacato, della sua diplomazia, del suo capello sistemato e dell’abito impeccabile, se non fa il bunga bunga a cosa serve? Se non se ne approfitta per creare una rete di potere che bisogno ha di fare tutto questo? Presidente le teniamo il fiato sul collo, abbiamo già il nomignolo per sfotterla: “Giuseppi”, non abbiamo trovato nulla di più avvelenato che riutilizzare la pronuncia sbagliata di Trump, ma sappiamo quanto sia infastidito nel sentirsi chiamare Giuseppi.

Presidente ora la smetta, non siamo abituati a tutto questo. Si involgarisca, ci racconti che la luna è nel pozzo, basta con “criteri di adeguatezza specifica e principi di proporzionalità“, ci faccia sognare, ci dica che tutto finisce subito, che avremo un sacco di soldi, che le nostre imprese ripartiranno senza debiti, che vivremo un’Italia migliore, ma lo faccia in modo eclatante, perché siamo abituati a chi racconta favole, non a chi crede nei sogni.

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Qualità della vita 2018, la situazione nella Provincia di Lecce.

La consueta indagine de Il sole 24 ore rivela la qualità della vita 2018, ecco la situazione nella nostra provincia.

Come ogni anno, prima del nuovo anno, arriva il report qualità della vita 2018 , l’indagine del Sole 24 ore che prende in considerazione 42 parametri, dall’ambiente all’ecosistema urbano, dal reddito pro capite al tasso occupazionale. C’è spazio anche per un’indagine sulla parità di trattamento economico per sesso, e sulla capacità del territorio di rappresentare una realtà smart e fruibile nei suoi servizi.

E’ pur sempre ambiguo e particolarmente difficile parlare di qualità della vita, poiché a questa definizione si legano troppe considerazioni di carattere soggettivo. Tuttavia l’utilizzo di 42 parametri, ben individuati, portano ad una definizione che, se non ha a che fare con la definizione della qualità della vita, sicuramente qualifica il grado di civiltà e sviluppo di una provincia.

Partiamo col dire che la provincia di Lecce ha fatto un gran passo in avanti,  scala 12 posizioni. Tra i parametri che balzano all’occhio, e di cui si fatica a trovare la correlazione con la il concetto di qualità della vita, c’è l’aumento vertiginoso dei canoni di locazione, che porta Lecce e la sua provincia al 29° posto, e l’ambiente che, nonostante l’emergenza rifiuti, le discariche abusive e le ormai note statistiche di incidenza tumorale ai polmoni tra le prime d’Italia, ci vede salire al 67° posto. I canoni di locazione potrebbero aver risentito delle strategie di prezzo applicate alle strutture ricettive, per l’ambiente viene più facile considerare non tanto il miglioramento del Salento, quanto il peggioramento netto di alcune realtà (tutte del sud).

Splendida invece, ed inequivocabile, la prestazione del territorio nei parametri di sicurezza e presenza di start up innovative, 46 esima posizione che, analizzata in un contesto economico sicuramente meno competitivo di altri, si arricchisce di speranza.

Pessime, orrende, le notizie sul fronte dell’occupazione giovanile, 93 esimi, PIL pro capite (attenzione all’enorme sommerso) 100 esimi. Profondo nero per la classifica “affari e lavoro”, 105 esimi, ovvero la quinta peggiore provincia d’Italia.

Insomma, bene ma non benissimo, forse perché peggio di prima non si poteva fare, forse perché a salire qualche posizione era piuttosto facile.

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Chiusura domenicale: da che parte state?

La chiusura domenicale è una proposta dell’attuale Governo di imporre per decreto, la chiusura alle attività commerciali. Tra buoni propositi etici, e paventate ricadute negative sull’occupazione, voi da che parte state?

Si sa, il mondo dopo la globalizzazione non è stato più lo stesso. Migliore, peggiore, difficile dirlo. Sicuramente diverso. Per sostenere la produzione di massa, e la vendita di beni e servizi, si è provveduto a creare il consumo esperienziale, aumentare le occasioni, i luoghi, i motivi di consumo. La frontiera dell’e-commerce ha anche abbattuto le barriere spazio temporali. Le macchinette self service e la concorrenza sleale ed incontrastata di negozi simili agli off licence britannici, la costruzione di mall e ipermercati dove creare perdizione e focalizzare la domenica sul consumo, hanno messo spalle al muro il piccolo e medio commerciante. Tutto in nome del lavoro, del reddito, dell’occupazione.

E’ stata perseguita la strada più americana del fare mercato. Si diffonde così l’obsolescenza tecnica, ovvero prefissare il ciclo di vita di un prodotto per obbligare al cambio o alla riparazione. Si apre al consumo 7 su 7, e poi alla disponibilità h24.

Stiamo inseguendo un modello giusto, o l’unico valido per mantenere livelli occupazionali validi? Oppure è il caso di ridimensionare l’importanza della disponibilità al consumo ovunque, sempre e subito.

La proposta della chiusura domenicale, divide. Non sembra esserci una verità, una posizione più giusta e una meno, semplicemente una scelta da fare. Sperando che sia la più opportuna.

VEDIAMO INSIEME I PRO E I CONTRO DI UNA REGOLAMENTAZIONE DELLE DOMENICHE.

C’è una premessa da fare: il mercato libero conosce l’autoregolamentazione e dovrebbe essere il buon senso e la buona pratica imprenditoriale a valutare nei profitti e nelle perdite, anche i costi e i ricavi intangibili. Armonia, felicità e buona predisposizione delle risorse umane, oltre che comunicazione sociale d’impresa verso i consumatori, non possono più essere esclusi dalle buone pratiche d’impresa.

CONTRO. La chiusura domenicale può generare un mancato guadagno, in una giornata in cui sempre più italiani hanno l’abitudine di dare sfogo al consumo sia razionale che edonistico. Il che significherebbe generare un circolo vizioso di perdite di volumi d’affari e possibili ricadute in ambito occupazionale. La chiusura domenicale porterebbe poi a cercare delle alternative di consumo, online, self service. Inoltre il rischio di decretare per legge, la chiusura domenicale, potrebbe portare disparità di trattamento tra un tipo di attività commerciale e l’altra. Ma ad alimentare il vero motivo di contrasto alla chiusura domenicale, è l’idea che una scelta libera, di un singolo individuo, o di una famiglia, di dedicare una giornata allo shopping, possa venire meno per una decisione imposta e non per una libera opinione di come spendere il proprio tempo (lato consumatore), o di come e quando guadagnarsi da vivere (lato commerciante).

PRO. Le liberalizzazioni, che avrebbero dovuto portare ad un aumento dei consumi, e ad un rilancio dell’economia, hanno in realtà portato ad un mercato imbastardito, dove le assunzioni sono rimaste ferme al palo, le ore lavorate sono aumentate (spesso in nero) e i salari congelati. Imprimere un cambiamento etico, ridando centralità al tempo libero, fuori dall’idea di consumo anche quando questo è superficiale, e non copre i generi di prima necessità, potrebbe dar vita ad un ritorno al passato, fatto di famiglie nei parchi, in visita presso beni culturali, attività sportive, eventi, sagre, concerti, mostre e tanto altro.

Mantenere lo stato attuale, garantendo la libertà di consumatori e commercianti di decidere autonomamente come, dove e perché spendere il proprio tempo libero in consumi, o tentare di educare ad un consumo differente in nome di un’etica da altri tempi? A voi la scelta.

Resta ben inteso: qualunque sia la scelta del Governo, il concetto di gradualità e categorizzazione per i commercianti, e di disponibilità e reperibilità a beneficio dei consumatori, non può certamente essere escluso dai criteri decisionali. Appare doveroso anche considerare i diversi tipi di attività commerciale, che creano offerta turistica nei centri storici, come ad esempio l’artigianato locale. Così come merita un’analisi, il diverso contesto in cui i commercianti operano, basti pensare a località prettamente balneari che generano i massimi ricavi nei weekend estivi, rimanendo aperti anche oltre la mezzanotte.

Una scelta difficile da fare, forse non la priorità del Paese, ma pur sempre una scelta da fare. In tutti i casi dove non arriva una buona legge, può arrivare il nostro buon senso.

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Ognuno di noi ha un talento che ci rende unici, capaci, utili. Studio Siculella nasce dalla consapevolezza che quel talento è specifico ed utile se impegnato con meritocrazia e rispetto dei ruoli. Ecco perché, a differenza di tanti, anzi di troppi, Studio Siculella si fonda sulla competenza, sul merito e non su amicizie e raccomandazioni. Qui per lavorare nessuno ha mai chiesto niente a nessuno, e tutto ciò che siamo diventati, e stiamo diventando, è il risultato di lavoro, passione e professionalità.

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Risultati delle politiche 2018 , ecco perché il 5 marzo non cambierà nulla.

Il 5 marzo ti sveglierai, illuminerai come al solito il display del tuo cellulare, poche notifiche o nessuna. Su whatsapp tutto tace. Scrollata Instagram e Facebook, solite notizie, soliti volti.  Ti alzerai, andrai verso il bagno e penserai ad un’altra giornata da affrontare. Ma c’è qualcosa di diverso.  E’ il giorno dopo le elezioni, ma ancora i risultati non sono certi. Si è votato per le politiche 2018 e tu ci sei andato, volevi provare l’ebbrezza di un collegio plurinominale. Anche se non ne hai capito le regole lo hai fatto per sentirti più partecipe, più cazzuto degli altri.

Il caffè è lo stesso, il giornale online ha giusto cambiato il banner pubblicitario. Ci dovrebbe essere qualcosa di nuovo nell’aria. Un governo nuovo, proposte nuove, aria nuova. Sei turbato, non capisci cosa sia successo nella notte. Hai sognato di scivolare all’indietro, di tornare indietro nel tempo. Eppure questa mattina è il 5 marzo 2018, non si è riavvolto il nastro, ti sei semplicemente svegliato in Italia.

Sono passati mesi di campagna elettorale, anzi, anni, perché siamo abituati ad avere una campagna elettorale permanente. Ti hanno promesso bonus, dopo averti tolto i diritti. Ti hanno garantito soluzioni ai problemi che loro  stessi hanno creato. Un disco rotto, da anni la stessa cosa. Tutto cambia per non cambiare. La foto con un cagnolino, biciclette mai usate che fanno green e sportivo. Qualche post su Instagram per fare più social yeah!

Segui con trepidazione gli aggiornamenti per i risultati delle politiche 2018, ma niente. Ti toccherà aspettare che Enrico Mentana strapazzi a terra sfinito dalla maratona. Non ti lamentare è il Rosatellum bis baby.

Ancora niente risultati delle politiche 2018 sale la sensazione di disagio a tutto il tempo che in Italia sprechiamo. All’alba del secondo decennio è tutto rimasto fermo a “fascisti” e “anti fascisti”, i due lati della stessa medaglia. Perché durante la campagna elettorale pur di non spaventare nessun possibile bacino di voti non si è parlato mai (o quasi) di corruzione, evasione fiscale, mafia. Perché per i terremotati del centro Italia non sono stati buoni neanche a promettere. Perché per un possibile pugno di voti in più qualcuno ha lustrato ai piedi ai disabili, promettendo un Ministero, quando il tema non lo ha mai sfiorato. Aspetterai i risultati sapendo che il favoloso dossier di Fanpage sulla corruzione e le ecomafie doveva stravolgere un intero Paese, invece ha solo sconvolto la vita dei giornalisti coraggiosi che ora sono attaccati e processati.

Perché davanti alla ndrangheta che uccide in Slovacchia un giornalista, giovane quanto scomodo, nessuno ha parlato di un’Europa più unita, federale, coesa. Perché al posto di proposte costruttive hai sentito solo cazzate roboanti, dentiere gratuite, spedizioni Amazon di 600 mila vite umane non si sa dove, ma con Prime ci metteranno solo 24 ore.

Una sensazione sgradevole ti assalirà mentre vai a lavoro in auto, la solita radio, ti farà risentire le solite voci a commentare con le solite parole, gli stessi inutili risultati elettorali.

Il PD è sparito, la Lega Nord trionfa ma con il 20% non controllerebbe neanche un condominio. Il Movimento esulta ma come da vergognosa legge elettorale finisce sui banchi dell’opposizione. Casapound e Forza Nuova restano indegnamente dove neanche sarebbero potuti essere, ultimi in una competizione riservata alle forze partitiche che rispettano i principi costituzionali.

Avrai disgusto perché il tuo Paese resta fermo e qualcuno fa ancora la distinzione per razza, provenienza e religione, quando la più banale selezione dovrebbe essere tra buoni e cattivi, tra delinquenti e persone civili, e solo per questo indicare la porta di uscita o l’accoglienza.

Sarai disgustato perché solo in questo Paese ci poteva essere un parte politica così debole da avere un leader fermo alle lire e alle sue promesse di un futuro che non vedrà mai. Sarai disgustato perché si parla di populismi, ma in realtà sulla carta lo sono tutti. Come lo sono tutti, e non solo sulla carta, demagoghi, termine più corretto ma sparito dalla circolazione. Parlerai come al solito con i tuoi compagni, i tuoi colleghi, e capirai che il partito che hai sempre votato un tempo discuteva di moralità, ed oggi non vuole accettare lezioni da nessuno, quando qualche buon insegnamento forse ci avrebbe evitato qualche condannato di troppo.

Tornerai a casa con i risultati delle politiche 2018 sempre più vicini, sapendo che la questione morale si è andata a fare fottere e le liste erano piene zeppe di impresentabili. Preparerai la cena, consapevole di vivere in un Paese che ha il 2° debito pubblico più grande d’Europa e questo su di te pesa circa 40 mila euro. Sentirai le stesse voci che invece di informare e documentare vanno oltre, passano telecamera in mano a provocare reazioni scomposte di immigrati, spacciatori, che se scatta il pestaggio è un successo. Ti racconteranno un’altra Macerata, ma intanto oggi è un altro giorno pieno di stupri e abusi domestici o stalking lavorativi, da parte di quei santi bianchi italiani. E via Brioschi sparisce dai radar.

Ti guarderai allo specchio dopo aver sentito i risultati al Tg. Capirai che non è cambiato nulla, perché nessuno ha i numeri per governare, eppure grideranno alla vittoria tutti. Ora è tempo di una bella ammucchiata, di “senso di responsabilità”, di “rispetto delle istituzioni”. Abbiamo solo perso tempo e lo sapevamo, lo sapevano già tutti, colpevoli di aver partecipato ad una farsa. Nessuno ha i numeri per governare e nessuno, con questa legge elettorale e con questi partiti, li avrà mai.

Ora hai capito che non era un giorno come tanti, ma è rimasto tutto semplicemente lo stesso. Rincorreremo una nuova legge elettorale, ancora.

Attendendo giorni migliori arriverà l’estate senza mondiale e questo si che ci farà capire che qualcosa è finalmente cambiato, in peggio.

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Vittorio Sgarbi, se questo è il “rinascimento”

Rinascimento? Ne avremmo tutti bisogno, ma se è questo il movimento di Vittorio Sgarbi meglio starne alla larga.

Ne avremmo davvero necessità di conoscere una fase storica di “rinascimento”. Ma ci si mette poco a capire che il movimento di Sgarbi è altro. Non serviva certo questa sferzata di volgarità per imbastardire il clima, per avvelenare i toni. Non serviva questo all’Italia; una vera ciliegina sulla torta. Un critico d’arte che diventa arte della critica, e magari fosse solo critica. Ci mancava sapere che un uomo laureato in filosofia, sempre più vicino ai 70 anni, avesse bisogno di ritagliarsi un’identità volgare, di imprimere toni isterici ad ogni sua uscita in pubblico. E’ così, lo è sempre stato, ma con l’andare del tempo e dell’età ha capito che per vendersi, per essere virale sul web, serviva dare ciò che all’italiano da sempre piace: volgarità. Senza veli ne peli sulla lingua, così come è.

Nudo, a volte troppo, che schifo. Crudo, ancor di più se un “capra” non basta.

E’ il segno di un Paese che non riesce a dare valore alla sua bellezza, alla sua arte, alla sua cultura, altro che rinascimento. Diventato un brand,  un simbolo di un’Italia collassata nel degrado delle opinioni, di un’educazione e di un rispetto che va al diavolo. Serviva proprio lui a capire che anche l’arte si è fatta da parte. Avevamo davvero bisogno che un uomo di cultura, un filosofo, nonché critico d’arte, potesse annullarsi davanti alla necessità di vendersi. Lo fa bene, lo fa alla grande. Cura i suoi contenuti con costante e coerente volgarità, si fa riprendere in bagno, mentre sproloquia, insulta. Ci voleva proprio lui ad abbattere il muro di quel superfluo ed ipocrita tentativo di mantenere dogane, argini, alla retorica di un quotidiano scivolamento in basso. Ecco fatto,  sdoganato. Da oggi anche un uomo dotato di cultura, competenze e talento può rientrare in una mediocre banalità. Alla ricerca di un like, di un’ospitata televisiva.

Che sia la figlia di Gino Strada, o l’Ambra Angiolini della politica (cit. su Di Maio), ha capito come piazzare le notizie, come generare curiosità, click, audience, like. Ossessionato e narcisista, poco importa se è Virginia Raggi o Laura Boldrini, i toni sono toni e vanno mantenuti alla bassezza giusta. Ha venduto, anzi svenduto i tuoi talenti ad una ricerca spudorata, dissennata ed innaturale, di consenso.

Si è posizionato bene, benissimo, ed è subito un successo sui social. Meglio dei leader politici. Odia il populismo, ma ne incarna quello becero. Parla di bellezza, ma sovente la sfregia con tutto il suo carico di volgarità. Serviva davvero Vittorio Sgarbi a capire che questo Paese si è dimenticato della sua bellezza. Servivano questi “Sgarbi quotidiani” per comprendere che se il Rinascimento è nelle sue mani, meglio tornare al Medioevo.

Foto tristemente tratte dalla pagina Facebook di Vittorio Sgarbi
Logo “Rinascimento” tratto dal sito del movimento.
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