Archivio degli autori Alberto Siculella

Chiusura domenicale: da che parte state?

La chiusura domenicale è una proposta dell’attuale Governo di imporre per decreto, la chiusura alle attività commerciali. Tra buoni propositi etici, e paventate ricadute negative sull’occupazione, voi da che parte state?

Si sa, il mondo dopo la globalizzazione non è stato più lo stesso. Migliore, peggiore, difficile dirlo. Sicuramente diverso. Per sostenere la produzione di massa, e la vendita di beni e servizi, si è provveduto a creare il consumo esperienziale, aumentare le occasioni, i luoghi, i motivi di consumo. La frontiera dell’e-commerce ha anche abbattuto le barriere spazio temporali. Le macchinette self service e la concorrenza sleale ed incontrastata di negozi simili agli off licence britannici, la costruzione di mall e ipermercati dove creare perdizione e focalizzare la domenica sul consumo, hanno messo spalle al muro il piccolo e medio commerciante. Tutto in nome del lavoro, del reddito, dell’occupazione.

E’ stata perseguita la strada più americana del fare mercato. Si diffonde così l’obsolescenza tecnica, ovvero prefissare il ciclo di vita di un prodotto per obbligare al cambio o alla riparazione. Si apre al consumo 7 su 7, e poi alla disponibilità h24.

Stiamo inseguendo un modello giusto, o l’unico valido per mantenere livelli occupazionali validi? Oppure è il caso di ridimensionare l’importanza della disponibilità al consumo ovunque, sempre e subito.

La proposta della chiusura domenicale, divide. Non sembra esserci una verità, una posizione più giusta e una meno, semplicemente una scelta da fare. Sperando che sia la più opportuna.

VEDIAMO INSIEME I PRO E I CONTRO DI UNA REGOLAMENTAZIONE DELLE DOMENICHE.

C’è una premessa da fare: il mercato libero conosce l’autoregolamentazione e dovrebbe essere il buon senso e la buona pratica imprenditoriale a valutare nei profitti e nelle perdite, anche i costi e i ricavi intangibili. Armonia, felicità e buona predisposizione delle risorse umane, oltre che comunicazione sociale d’impresa verso i consumatori, non possono più essere esclusi dalle buone pratiche d’impresa.

CONTRO. La chiusura domenicale può generare un mancato guadagno, in una giornata in cui sempre più italiani hanno l’abitudine di dare sfogo al consumo sia razionale che edonistico. Il che significherebbe generare un circolo vizioso di perdite di volumi d’affari e possibili ricadute in ambito occupazionale. La chiusura domenicale porterebbe poi a cercare delle alternative di consumo, online, self service. Inoltre il rischio di decretare per legge, la chiusura domenicale, potrebbe portare disparità di trattamento tra un tipo di attività commerciale e l’altra. Ma ad alimentare il vero motivo di contrasto alla chiusura domenicale, è l’idea che una scelta libera, di un singolo individuo, o di una famiglia, di dedicare una giornata allo shopping, possa venire meno per una decisione imposta e non per una libera opinione di come spendere il proprio tempo (lato consumatore), o di come e quando guadagnarsi da vivere (lato commerciante).

PRO. Le liberalizzazioni, che avrebbero dovuto portare ad un aumento dei consumi, e ad un rilancio dell’economia, hanno in realtà portato ad un mercato imbastardito, dove le assunzioni sono rimaste ferme al palo, le ore lavorate sono aumentate (spesso in nero) e i salari congelati. Imprimere un cambiamento etico, ridando centralità al tempo libero, fuori dall’idea di consumo anche quando questo è superficiale, e non copre i generi di prima necessità, potrebbe dar vita ad un ritorno al passato, fatto di famiglie nei parchi, in visita presso beni culturali, attività sportive, eventi, sagre, concerti, mostre e tanto altro.

Mantenere lo stato attuale, garantendo la libertà di consumatori e commercianti di decidere autonomamente come, dove e perché spendere il proprio tempo libero in consumi, o tentare di educare ad un consumo differente in nome di un’etica da altri tempi? A voi la scelta.

Resta ben inteso: qualunque sia la scelta del Governo, il concetto di gradualità e categorizzazione per i commercianti, e di disponibilità e reperibilità a beneficio dei consumatori, non può certamente essere escluso dai criteri decisionali. Appare doveroso anche considerare i diversi tipi di attività commerciale, che creano offerta turistica nei centri storici, come ad esempio l’artigianato locale. Così come merita un’analisi, il diverso contesto in cui i commercianti operano, basti pensare a località prettamente balneari che generano i massimi ricavi nei weekend estivi, rimanendo aperti anche oltre la mezzanotte.

Una scelta difficile da fare, forse non la priorità del Paese, ma pur sempre una scelta da fare. In tutti i casi dove non arriva una buona legge, può arrivare il nostro buon senso.

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La Puglia è la regione più bella del mondo.

La Puglia è la regione più bella del mondo, ma è solo l’ennesima bufala.

Già da un anno, su tante bacheche Facebook, di pugliesi orgogliosi ed italiani affezionati, si rilanciano e condividono post “La Puglia è la regione più bella del mondo secondo National Geographic”. Peccato che la notizia, diventata virale, sia l’ennesima fake news che si propaga nel web.

National Geographic stila ogni anno una classifica Best Trips , in cui vengono selezionate le best value destination .

La Puglia non appare nella classifica del 2017, così come non viene assolutamente confermata la sua leadership nella graduatoria del 2018. Una bufala bella e buona insomma, come tante sono state messe in giro pur di aumentare l’appeal turistico di una regione, la cui riconosciuta bellezza, non ha bisogno di essere affermata in questo modo.

La Puglia quindi non è mai stata indicata come regione più bella del mondo dal National Geographic.

Tornando alle notizie vere invece, è appurato che il turismo in Puglia segni in termini quantitativi un aumento costante e netto. In termini qualitativi si registra la mancata ricaduta in termini di reddito e di occupazione. Non solo. Altroché regione più bella al mondo. I turisti sono perlopiù italiani, e la bassissima penetrazione internazionale colloca la Puglia tra le ultime regioni in Italia per il turismo estero. C’è di più, e c’è di peggio. Solo nella stagione balneare la Puglia risulta sul podio delle destinazioni italiane, per poi scomparire dai radar per 9 mesi all’anno.

Appare necessario equilibrare una forte domanda quantitativa, con un riposizionamento in termini d’offerta. Elevandone la qualità, gestendo un piano strategico che possa mettere in sinergia nuove micro-destinazioni, per alleggerire le mete più ambite ormai alle prese con l’overtourism. Un’offerta che richiederebbe l’attivazione di nuove dinamiche di destination management, di digitalizzazione dell’offerta, della sua internazionalizzazione. Un’offerta che resta al palo per la sua incapacità cronica di destagionalizzarsi. Frustrazione questa che aumenta con l’evidente gap infrastrutturale e logistico di una regione che copre in lunghezza 450 km di superficie.

La strategia attuale invece appare chiara quanto misera: bandwagon, ovvero autoproclamarsi migliori per far salire tutti sul carro dei vincitori. Insomma, invece di dormire sugli allori, inventando notizie sensazionali, come quelle rilanciate quotidianamente sui vip e la loro scelta di passare le vacanze in Puglia (almeno il 50% di queste sono bufale), bisognerebbe lavorare davvero, lavorare tanto, non solo due mesi su un anno.

 

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Il decalogo del buon turista.

Il decalogo del buon turista, dieci piccole ma fondamentali regole per generare un circuito virtuoso per tutti.

E’ tempo di estate e con l’avvicinarsi dell’alta stagione arrivano i primi veri grandi problemi collegati al turismo di massa. Sovraffollamento, traffico sulle litoranee, ristoranti e alberghi sold out. Il turismo di massa ogni anno genera disordini di vario tipo, rischi e inefficienze dovute alla concentrazione di persone.

Colpa delle amministrazioni, che non sviluppano adeguate misure di contrasto all’overtourism, tanto quanto di una dilagante maleducazione dei turisti e di modi spavaldi di “invadere” le mete.

Il decalogo del buon turista sostiene l’importanza di alcune azioni e comportamenti da adottare, per generare un circuito virtuoso. Non è certo una novità apprendere di turisti che confondono fontane secolari per spa, capitelli per gradini dove erigersi orgogliosi per un selfie.
Il turista è una risorsa preziosa per molti territori in cui l’incidenza sull’economia locale è più elevata di altri comparti. Un bene prezioso da salvaguardare. Per generare valore e contribuire ad un sistema virtuoso, è opportuno che il turista sia ambasciatore di buon senso e civiltà. Ecco a voi il decalogo del buon turista :

decalogo del buon turista

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Overtourism, minaccia o indice di successo turistico ?

Overtourism cosa significa e perché fare particolare attenzione.

L’overtourism è uno dei dibattiti più accesi tra gli addetti al settore turistico e non solo.

Una premessa: chiunque asserisca che il turismo in Italia è in crisi sbaglia di grosso. I numeri confortano una crescita dei flussi, pertanto parlare di crisi è assolutamente errato. Ad essere in crisi è il sistema organizzativo dei flussi turistici ed il management nazionale e locale del turismo. Infatti se da un lato la statistica quantitativa mostra un segno positivo, quella qualitativa resta immobile. Le ricadute di un turismo concentrato sono di gran lunga inferiori ad un turismo continuativo. Nonostante aumentino i turisti, bisogna sempre considerare i costi e i danni di un turismo da calca. Ne è l’esempio la Spagna che, avendo un minor numero di turisti in incoming, ha doppiato letteralmente l’Italia in introiti: 80 miliardi di euro contro i nostri 42.

Ma partiamo col dare una definizione di overtourism. Si parla di overtourism quando la domanda eccede l’offerta organizzata. Ovvero quando in un determinato periodo, in una determinata meta, il flusso turistico supera la capacità massima di un territorio. Gli aspetti maggiormente critici sono: la mobilità, lo smaltimento rifiuti, l’accesso alla rete telefonica o dati, fino ad arrivare alle meno sofisticate ma non per questo meno difficoltose irreperibilità di prodotti e servizi, tavoli ai ristoranti, strutture ricettive, auto, moto e bici a noleggio.overtourism

Si può dunque parlare di un fenomeno fortemente negativo. Seppur indice di una salute quantitativa del turismo, la cattiva ottimizzazione ed il mancato bilanciamento di domanda e offerta, inducono a rendere meno remunerativo il business (al contrario di quanto si pensi), più difficoltoso ed esasperatamente concentrato.

Vale la pena soffermarsi su un punto. L’overtourism è la conseguenza, non la causa. Come si verifica allora un eccesso di turismo, e perché invece di apparire un segnale di salute del settore, è una piaga?

L’overtourism si verifica per più fattori. Un macro fattore riguarda la mobilità mondiale. Sempre più persone si spostano in un mondo che demograficamente continua a procedere nella dimensione di sovraffollamento. L’Europa segnala trend molto forti in incoming e le mete principali come Parigi, Barcellona, Venezia, sono quasi al collasso.

L’eccesso di turismo indica anche un cattivo stato dell’organizzazione infrastrutturale. Poche e concentrate infrastrutture. Ne è l’esempio lampante l’Italia, dove il turismo si concentra per circa il 50% in 5 Regioni. Il sud, in cui il turismo dovrebbe essere il volano dell’economia, raccoglie poco o nulla, con un turismo prettamente stagionale e scarsamente internazionale. Pochi aeroporti internazionali e tutti concentrati in meno di cinque città. Luoghi simbolo privi di stazioni, traghetti solo in alta stagione, mancata rete stradale o autostradale, rappresentano alcune delle principali criticità infrastrutturali.

Ma non è solo una questione di logistica. Altre zone più remote del mondo riescono a sopperire a questi fattori, promuovendo un turismo organizzato e non subito. L’overtoursim perciò nasce anche dalla mancata capacità di mettere in sinergia dei territori, creare alleanze strategiche con delle possibili mete partner. Nasce dal mancato approccio al destination management, alla cultura di pianificazione di mete e pacchetti turistici. Nasce dal mancato investimento in internazionalizzazione, partendo dal personale e dalla sua incapacità di parlare più lingue, passando alla mancata disintermediazione dai canali di booking, la scarsa digitalizzazione della comunicazione del territorio e dei suoi operatori, per finire al buon senso che imporrebbe un tentativo di non lavorare il minimo possibile per guadagnare il massimo ricavabile, quando ciò significhi mettere a repentaglio la sicurezza, la legalità ed il rispetto del territorio.

Il numero chiuso ed i tornelli appaiono misure palliative a fronte di una diagnostica improvvisata. Meglio sarebbe iniziare un processo di governance del turismo, creando cabine di regia adatte a prevedere i flussi, formare ed informare il territorio. Realizzare un lavoro da tour operator, all’interno della amministrazioni pubbliche, in sinergia con i privati, dettagliando un’offerta destagionalizzata, in base alle peculiarità degli attori turistici in campo. Definire delle strategie di marketing per implementare, sviluppare, specializzare o diversificare l’offerta. Formare gli operatori e le loro risorse all’accoglienza, all’ospitalità, all’utilizzo delle lingue e delle tecnologie digitali.

Insomma non tutti i mali vengono a nuocere e l’overtourism, attuale congestione di un paziente gravemente malato, può rappresentare la migliore opportunità per immunizzare il territorio e renderlo più solido di prima.

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GDPR e tutela dei dati

GDPR , ecco in breve di cosa si tratta e cosa bisogna fare.

Un acronimo che ha terrorizzato operatori ed utenti, GDPR è in estrema sintesi General Data Protection Regulation, ovvero il regolamento europeo che nasce con l’intento di armonizzare la giurisprudenza del trattamento dei dati personali e la loro libera ma tutelata circolazione dai Paesi europei a quelli del resto del mondo.

Cosa cambia con il nuovo regolamento? Si introducono norme maggiormente trasparenti sull’informativa privacy e la gestione del consenso a trattare i dati personali, vengono definiti i limiti al trattamento dei dati personali anche in occasione di sistemi automatici di raccolta ed elaborazione dati. Gestione uniforme per il trattamento e la gestione del trasferimento dati da Europa a piattaforme mondiali, ed in fine, ma non meno importante, sanzioni più rigorose in caso di violazione.

Con il GDPR emerge chiaramente la necessità di intercettare un principio di responsabilità, in capo ad un titolare del trattamento. Questa figura dovrà segnalare violazioni di sistemi automatizzati, gestire i dati e indicarne la modalità di utilizzo, garantire la salvaguardia delle generalità ove cedute e gestite da terzi indicandone anche il fine.

Per adeguarsi alle normative previste dal nuovo regolamento europeo “GDPR” , sarà necessario dunque non solo un aggiornamento testuale del proprio sito ma di un nuovo modo di concepire i dati a livello aziendale, strutturale. Nei casi di imprese operanti nel commercio online o pubbliche amministrazioni, si tratta di un cambio ben disciplinato, importante, organico.

Le sanzioni sono piuttosto rigide e possono colpire le aziende con multe a partire dal 2% del proprio fatturato annuo, fino a 2 milioni di euro.

Per essere in linea con il GDPR sarà importante dichiarare un Privacy Policy esponendo gli utilizzi dei dati, la gestione, l’impiego di sistemi di raccolta e analisi dati, individuare un titolare del trattamento dati e elencare tutti gli strumenti, la modalità di utilizzo, la durata della gestione e la tipologia di informazioni che si elaborano per le proprie attività online. Evidenziare la nuova gestione dati e l’informativa completa per un consenso ove esso sia necessario.

Abbiamo individuato in questo articolo di AGENDA DIGITALE alcune informazioni più specifiche e dettagliate.

Studio Siculella mette a disposizione le proprie competenze per aiutarvi nella gestione di questo cambiamento normativo e nell’adeguamento al GDPR. Il nostro legale, specializzato in diritto informatico, vi potrà supportare e condurre al raggiungimento degli obiettivi indicati dalle nuove direttive.

Per una consulenza gratuita compila il modulo sottostante oppure contattaci via mail a agenzia@albertosiculella.it

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Consigli utili per gestire i social media.

Abbiamo analizzato i profili social dei nostri clienti e ne abbiamo dedotto dei consigli utili per gestire i social media.

Cercando online “consigli utili per gestire i social media” è facile incappare in rubriche, blog e post di stregoni (presunti tali) del social media marketing. Ancora più facile è scoprire che questi siano dei copia e incolla di gente che, pur di apparire autorevole, ripete i “segreti” del social media management.

Noi lavoriamo sul campo, e dall’esperienza nel settore e dalla data analysis fatta sui nostri clienti, vi forniamo non dei segreti ma dei consigli utili per gestire i social media.

Partiamo da un presupposto: non esistono segreti! Esiste originalità, talento, conoscenza degli strumenti, delle tecniche, and last but not least, la strategia derivante dalla conoscenza del marketing.

Per non confonderci con i cialtroni tagliamo la testa al toro, ecco i consigli utili per gestire i social media, sulla scorta dei dati analizzati dai profili attivi di 30 aziende operanti in diversi mercati.

Consigli utili per gestire i social media, ecco le domande da porsi.

QUANDO POSTARE?

Dipende dalla tua posizione e dai tuoi obiettivi! Partiamo dal considerare il traffico sui social. Le ore di punta sono dalle 21.00 alle 24.00. E’ in questa fascia che si assiste ad un vero e proprio boom. Il che significa che ci sono molte persone connesse, pronte a visualizzare il tuo post, tanto quanto a caricarne uno. Ed è proprio qui il succo del “quando postare”. Se hai una buona fan base, se i tuoi follower sono strutturati ed hai un buon livello di engagement non esitare: posta poco prima delle 21 o poco dopo le 23.

L’orario con minor traffico invece va dalle 14 alle 17. Ed è in questa fase che è più opportuno postare se non hai una numerosa fan base e non godi di un elevato engagement. Può risultare positivo postare in questa fascia oraria se il tuo profilo si rivolge ad un target di professionisti, interessati ad acquisti e informazioni su prodotti e servizi da big spender. Abbiamo infatti notato come dalle 14 alle 17 i post di tipo commerciale, le offerte, l’invito ad eventi o le call to action più in generale, presentano le migliori performance. Se usi Linkedin sappi che le prime ore della mattina (8-10) e il primo pomeriggio (15-17) possono essere molto fruttuose.

COSA POSTARE?

Finalmente possiamo sfatare un mito. In molti sostengono che i contenuti video siano i migliori da postare. No! Innanzitutto dipende da chi è il soggetto e l’oggetto del video, dalla sua qualità e dalla sua durata. Il video infatti ha maggiore presa del contenuto fotografico su Facebook e non su Instagram (per esempio). Inoltre i video, a meno che non si tratti di un video sharing come Vimeo o Youtube, hanno un piccolo problema di somministrazione. L’audio infatti spesso non viene riprodotto dall’utente per questione di contesto e di circostanza. Altro problema di somministrazione deriva dall’utilizzo della rete, il digital device di alcune zone “remote” o il sovraffollamento e sovraccarico di rete in altre, potrebbe non rendere efficace la penetrazione del video presso il proprio target, e ancor di più nell’orario più trafficato. Il contenuto fotografico di qualità perciò rimane il più funzionale.

L’oggetto del vostro post dovrà apparire graficamente adatto ed originale, coerente con lo strumento che state utilizzando, ben diverso è Pinterest da Twitter (per dirne una),  ma soprattutto dovrai tener conto di tipologie diverse di contenuto: alterna post informativi, virali, empatici, commerciali. Insistere su una tipologia di post può annoiare e soprattutto, se da un lato rafforza un engagement derivante dall’aspettativa del proprio target, dall’altro non permette l’aumento della copertura e la diffusione dei contenuti. Questa è infatti la principale patologia dei social media in politica.

COME POSTARE?

Tra i consigli utili per gestire i social media non può mancare il come.

E’ inutile dirlo: qui si gioca la partita vera. Nell’era dello scroll down compulsivo, il come è decisivo tanto quanto il cosa. E’ opportuno dotarsi di sintesi, originalità, uso moderato e specifico di hashtag (dove previsto) per categorizzare l’argomento. E’ fondamentale poi capire la portata e la copertura del proprio post. Se ha un impatto ristretto a livello locale sarà opportuno geolocalizzarsi in maniera sempre più specifica, soprattutto se si tratta di un bar, ristorante, negozio, insomma di un’attività prettamente locale. Ben diverso è se il contenuto prescinde dalla località. Inoltre postare può essere del tutto inutile se non si fa una quotidiana attività 2.0 , ovvero di risposte ai commenti, menzioni, tag, condivisioni. Metti “mi piace” e commenta i contenuti dei profili più rilevanti del settore a te correlato, è un modo efficace per fare network e portare in evidenza la propria voce.

Non usare il click baiting su Facebook, l’algoritmo aggiornato ti punirà. Usalo su gli altri social ma con assoluta e doverosa moderazione. Posta con una frequenza minima di un post al giorno, ti aiuterà a tenere attivo il profilo nonché la copertura minima. Sfrutta le date, gli eventi e le festività per cavalcare trend topic con originalità.

DOVE POSTARE?

No, non ci siamo bevuti il cervello. C’è da considerare anche questo. Il dove è rilevante, perché non solo hai da scegliere lo strumento, ma quale supporto sfruttare di quello strumento. Le story di Facebook non contano quanto quelle di Instagram, viceversa la diretta Facebook non ha la forza di copertura di Instagram.

Scegli i tuoi social considerandoli separatamente per target, obiettivo e capacità di penetrare l’audience di riferimento ed il mercato relativo. Ora potrai considerare dove inserire il tuo contenuto.

PERCHE’ POSTARE?

Già, in pochi si fanno questa domanda, altri si danno una sola risposta: per vendere e promuovere. Il mondo dei social è ben più complesso. Postare ed utilizzare i social non è difficile, anzi. Grazie alla loro facilità di utilizzo i social diventano uno strumento edonistico, di intrattenimento, che genera piacere quanto frustrazione. Un social media management che si rispetti non può non rispondere a questa domanda, e ciò dipenderà tutto da una sola cosa: obiettivi.

Chiedetevi quale è il vostro obiettivo, prima di tutto.

A volte infatti è più importante vedere cosa si posta che non postare, capire il sentiment di follower, fan, utenti. Il 2.0 ci ha donato un sistema qualitativo di raccolta dati che per veri esperti di marketing si traduce nella più grande opportunità del web. Non postare a vanvera, le regole della vita reale utilizzale anche nei social: meglio stare zitti e apparire stupidi che aprire bocca e darne la conferma. Posta se hai qualcosa da dire, se hai la necessità di condividere o ne trai un vantaggio, o piacere. Posta perché vuoi e puoi dire la tua, non perché così fan tutti.

Studio Siculella utilizza il 2.0 nell’aspetto più interessante, ovvero la comprensione e l’analisi dei dati, per realizzare piani di marketing efficaci ed utili ai tuoi obiettivi.

Così come abbiamo fatto per questo post, raccogliamo i dati dalla rete, li mettiamo a sistema e ne ricaviamo preziose indicazioni che possono fare la differenza. Vuoi avere più consigli per gestire i social media?

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