Archivio degli autori Alberto Siculella

Covid: tra profezie ed idiozie.

Parlare di covid è pratica comune, quotidiana, spesso inopportuna, sempre inappropriata, soprattutto se la professionalità fosse realmente un elemento di credibilità. Ma di questi tempi, anche la professionalità è una caratteristica insufficiente per la credibilità, smarrita dietro l’inseguimento della notorietà, delle ospitate in tv, dei libri in vendita, dei like e dei click.
Ed è così che, pur di ottenere visibilità si producono notizie, spesso contraddittorie, a volte infondate, ed in altri casi vere e proprie bufale. Ed è così, che si crea smarrimento, e si alimenta il proprio ego, ritenendo che, in tale caciara, la propria posizione possa essere valida tanto da difenderla quanto da diffonderla.


Ed è così, che il rapporto AstraZeneca-trombosi era solo un tema “no-vax”, salvo poi scoprire la relazione tra prima dose ed i casi scoperti negli under 50. Stessa platea a cui era stato consigliato il vaccino anglo-svedese, poi consigliato agli over 60, ormai terrorizzati. Ed è così, che prima “tutto chiuso”, poi “tutto aperto”, poi metà e metà. Così l’immunità di gregge con soglia al 70, poi all’80 ora al 90% dei vaccinati. Ma al 90 ci stiamo per arrivare, e quindi serve il “booster”, perché forse non hai più una buona risposta anticorpale, peccato che già si sapeva che il Pfizer non durasse 9-12 mesi, ma come tutti gli anti-influenzali la massima copertura va dai 3 ai 6 mesi. Eppure il greenpass dura 9-12 mesi, e chi glielo dice agli spavaldi vaccinati entro giugno, che adesso rischiano quasi quanto un non vaccinato.


E fatti il vaccino e non chiederti il perché, è gratis. No, costa 15 euro a dose e l’abbiamo già pagato con i soldi delle nostre tasse. Così come abbiamo già pagato il Sistema Sanitario Nazionale, e lo abbiamo pagato anche per i criminali, per gli alcolisti, per i fumatori, per i drogati, per gli incivili, anche se tu sei un Santo Vaccinato e giri senza mascherina tanto ormai sei uno dei Power Ranger. Ed il tampone vuoi che lo paghino i no vax? Ma il tampone serve a tutti, perché anche il vaccinato può contagiarsi e contagiare, ed è uno strumento di diagnosi che costa circa 2 euro ed è rivenduto come fosse in laccato in oro alla bellezza del prezzo “calmierato” di 15 euro.  

Ed è così, che risale la curva dei contagi e da metà novembre si parlerà di pressione negli ospedali, torneranno le zone gialle. Avremo circa l’85% di vaccinati, ma si darà la colpa ai non vaccinati che ormai sono un’inezia statistica, meno di 7 milioni di persone over 12. Allora si punterà il dito verso gli under 12, perché veicolo virale, così aumentando la platea diminuisce il numero di vaccinati e giù con la vaccinazione ai bambini dai 5 ai 12 anni.

Si rinforzerà la campagna per la terza dose, detta booster come da dizionario del marketing farmaceutico, che di fatto è un richiamo e andrà fatto una volta all’anno come tutti gli anti influenzali (corona).


La stagione, il contesto, la prossimità, il quadro clinico dei soggetti, la capacità di tracciare il contagio e la rapidità della diagnosi sono tutti criteri ritenuti buoni per la campagna no-vax, eppure dovevano appartenere ad una buona campagna di vaccinazione, non all’immaginario di una sparuta compagine di seguaci del fantasy horror.
Bisognava tener conto di tante cose, di tanti elementi. Bisognava vaccinare bene, abbiamo preferito vaccinare tanto.

E così, in un turbinio di farneticazioni, di no vax contro ultrà vax, di free pass contro green pass, di idiozie e di profezie, saremo ancora una volta coinvolti nella guerra che vinceremo solo dopo aver perso tutte le battaglie.

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Amministrative 2021: la situazione.

Il 3 e 4 ottobre si andrà a votare in 1.342 comuni, di cui 20 sono capoluoghi di provincia. Con l’attuale legge elettorale, nei comuni sotto i 15 mila abitanti, vincerà il candidato sindaco con maggiori preferenze, nelle città sopra i 15 mila, in assenza di una maggioranza superiore al 51% si andrà a ballottaggio.

Si andrà a votare con la solita incertezza, ma alcune considerazioni possono essere già fatti e con qualche pronostico che mi permetto di azzardare.


1- I leader sono tornati ad essere il centro della campagna elettorale.

I programmi e i progetti, lasciano spazio al clamore della star, alla piazza gremita, ai selfie. Nessuno escluso. 
E’ toccato anche a Giuseppe Conte, reo dell’investitura a leader del Movimento 5 Stelle, organizzare il tour dal sapore di tournee. Non più e non solo Salvini, che sdoganò il momento selfie, l’accoglienza da stadio, la folla che acclama e le tribù ballanti. Ora tocca a tutti, con diversa sorte, ma con piazze quasi sempre gremite, anche da controfigure piuttosto che vuote o photoshoppate.

2- Amici – nemici.

In Parlamento siedono quasi tutti insieme, in piazza se le suonano, nelle urne si accordano. Il detto marciare divisi per colpire uniti non è più una parola d’ordine, ora ci si muove in ordine sparso, città per città. Poi si vedrà. E’ il caso di PD e Movimento 5 Stelle, che creano giorno dopo giorno un fronte moderato-progressista, in cui però gli uni non si fidano molto degli altri. Lì dove il Movimento appoggia il PD sarà un trionfo, viceversa dove correranno sperati vedrete che randellate per il Movimento.

Stessa pratica per Lega Nord e Fratelli d’Italia. Alle prese con la bava alla bocca dei leader, in cui l’uno vuole essere più leader dell’altra, in un gioco al massacro fatto di nomine e candidature che neanche in un raduno di scappati di casa.

In tutti i casi arrivano i soldi del recovery fund, milioni di euro che le amministrazioni locali dovranno gestire. Vincere è bello, non perdere è meglio, perciò fair play.

3- Neo civismo.

La nuova strategia locale, trasversale, per evitare posizionamenti troppo rigidi, restare fluidi, a tratti liquidi. Il movimento del neo civismo è stato già sperimentato negli ultimi 10 anni, connotando però sempre delle identità e dei valori attinenti alla lista del candidato sindaco, perciò troppo esposta ad una scelta dicotomica: destra-sinistra, sindaco a o sindaco b. Il voto disgiunto favorisce la creazione di coalizioni con più liste, all’interno delle quali inserire sacche di voti, che confluiranno poi in apparentamenti con sorpresa finale. Il caso di Calenda a Roma è emblematico e vedremo quanti infiltrati nelle liste a sostegno di Raggi.

4- Astensionismo.

Il Governo Draghi, l’attesa per il Quirinale, il recovery fund, il post pandemia, sono fattori che hanno portato tutti ai blocchi di partenza, creando un unico blocco. Si fa fatica a rintracciare novità, anche lì dove le scelte definite coraggiose, ma in realtà scontate ed opportune, portano ad una crescita esponenziale, come nel caso di Giorgia Meloni, la cui leadership sembra chiusa all’interno delle mura di Fratelli d’Italia.

Salvini, silurato dall’interno, sembra perdere consenso e pezzi. Forza Italia con manovre ben più articolate si propone come forza di appoggio a chiunque purché non resti esclusa dalle principali poste in gioco. Conte è alla prima prova del fuoco, e dovrà osservare dove vince e dove perde. Una polveriera nella quale mi sento di anticipare che l’astensione sarà in netta crescita, ed il voto frammentato dai leader, polarizzato su alcune coalizioni.

5- Bipolarismo.

Il Movimento 5 Stelle aveva determinato la rottura dei due blocchi politici, contrapposti ma contigui, del centrodestra-centrosinistra. Adesso ne rideterminerà il ritorno. Come accaduto con la Lega Nord, il Movimento, per osmosi, travasa gran parte dei suoi consensi al partner (accadrà la stessa cosa con il PD).

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L’eterna transizione digitale.

E’ passato un ventennio da quando dicevamo “il futuro sarà digitale”. Venti anni, tanto tempo, troppo tempo, che ormai il futuro è passato. Ed eccoci qui, in fondo alle classifiche, alla fine di tutto, dopo di tutti. 

L’Italia ha un fatturato nel digitale di 48 miliardi di euro, la Germania 82, la Francia 91. 

Eccoci qui, con poche competenze, scarse risorse, nessun investimento.

Male nelle prestazioni della rete, malissimo nella distribuzione della connettività, pessimi nelle risorse umane per formazione di personale specializzato, ed anche per l’utilizzo basico della rete.

Oltre il 30% delle PMI non ha un sito, oltre il 40% non ha un e-commerce, oltre il 50% non ha affidato le attività ad un professionista specializzato, ma ha attribuito nuova mansione al personale, ovviamente quasi sempre autodidatta.

Sono dati estrapolati da più ricerche, nonché dall’ultimo report DESI (Digital Economy and Society Index) stilato annualmente dalla Commissione Europea. Non si vede un’indicatore che faccia orgoglio all’Italia, bloccata sempre nelle ultime 5-6 posizioni su 27.

Ed eccoci qui, con le PMI italiane che rappresentano l’80% delle imprese di questo Paese, nonché l’ossatura economica. La spina dorsale, prevalentemente a gestione familiare, pochi manager, tanti padri di famiglia. Scarsa attitudine ad investire, poca lungimiranza strategica, mancanza di visione. 

Così la pandemia ha spazzato via tanti operatori, tutti in sofferenza, pochi, troppo pochi, hanno compensato la perdita di fatturato del proprio core business, con lo sviluppo di attività parallele, digitali.

Non si tratta di abdicare al potere del proprio business, ne di perdere identità, ma di crearne un altro, un extended , che non subisca limiti, vincoli, di tempi, spazi e limitazioni imposte.

Ed eccoci qui, a furia di demonizzare Amazon, che ci siamo dati in pasto al colosso, ai colossi del web, che operano erodendo diritti ed eludendo il fisco grazie al dumping fiscale. 

Ed eccoci qui, che pur di non pianificare il futuro, ci siamo fatti fagocitare dal presente e nonostante il trend delle vendite online sia in crescita a doppia cifra da 5 anni consecutivi (la pandemia ha spinto verso un ulteriore balzo) l’Italia resta tra le ultime 5 in Europa. Nonché l’ultima tra le potenze mondiali. Eppure il mercato del digitale viene spinto da:

– hi tech

– Abbigliamento e accessori

– Food & beverage

– Made in Italy

Già, oltre il danno la beffa. Ci sono più intermediari che rivendono il Made in Italy che nostre imprese che lo fanno direttamente, per mancanza di un piano di marketing digitale.

Questa è colpa del “mio cugino fa siti”, o del “mio nipote smanetta su Instagram”. Questa è responsabilità di chi doveva da anni traghettare verso una transizione digitale che ormai, solo a parlarne sembra di discutere del ponte sullo stretto.

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Lecce: tra turismo di massa e crisi di identità.

Il viale della stazione ha ancora gli odori della notte passata su panchine e marciapiedi. I primi rumori dai viali svegliano la città, i trolley a ritmo crescente danno il via ai primi strombazzamenti di auto in coda e bus vuoti che non sanno dove andare. Lo sanno, ma non c’è scritto, ne a bordo, ne sulle pensiline. Quali pensiline?

Le auto, fiumi di auto, restano il mezzo più usato per venire a vedere la città; e trovali mezzi alternativi, capillari, affidabili, facilmente raggiungibili.

Finestrini chiusi, troppo caldo, mentre la città lenta e ammaccata si risveglia dalla movida della notte precedente. Il calore fa esalare più facilmente la fogna ricolma a filo di tombino. Fortuna, perché nelle marine della città non è cosa da tutti avere uno scarico fognario. Le blatte si svegliano, e iniziano a seguire i piedi forestieri nelle infradito.

Affannosamente ed in ritardo la municipalizzata raccoglie e pulisce ciò che riesce, il resto resta, e non c’è via di scampo.

Qualche chilometro di strada in mezzo alle buche, anzi, qualche chilometro di buche in mezzo alle strade, e si cerca il parcheggio, un gioco tipico del villaggio vacanza leccese. Ma muoviti con i mezzi! Monopattini, bus, bici, scooter. Certo, fammici arrivare. E fammici tornare, visto che le ciclabili sono disegnate per gli amanti dell’enigmistica, le pedonali sono illuminate, ma sono state dipinte con inchiostro simpatico che sparisce quando ci metti il piede sopra, e in città tutte le segnaletiche orizzontali hanno meno vita di “campana”, il gioco disegnato a gesso e mani nude sugli asfalti di noi nati prima degli smartphone.

L’odore del pasticciotto, scandisce la prima mattina ed il caffè in ghiaccio con latte di mandorla rinfresca. I rustici sono in forno e le leccornie tipiche hanno tempo, quello che non hai per prenotare i ristoranti, già tutti esauriti per cena, viva Dio. “Mieru, pezzetti e cazzotti” il famoso stornello leccese, ma del vino poca traccia, si va di spritz, neanche fossimo a Padova. I pezzetti (bocconcini di cavallo) sostituiti da burger di ogni tipo, neanche fossimo nell’Illinois. I cazzotti si salvano, quelli da sferrare contro la propria macchina appena scoperta la multa, o per ressare meglio nella calca tipica da raccomandazione covid.

Cerchi cartapesta trovi bangla. Sbirci per terracotta e ceramica e trovi Kasanova. Cerchi sartoria e trovi Zara, putee (botteghe) e trovi Mc Donalds. Il calore ti porta a mare, rigorosamente in macchina, non hai scampo. Si rientra al tramonto nel B&B in centro, vatti a ricordare quale, ce ne sono uno a 1 metro dall’altro, ma sono sempre più qualificati e meno improvvisati.

La città si illumina, il suo barocco splende, le vie, le piazzette, le chiese, gli anfiteatri, i portoni e i cortili, una meraviglia senza eguali.

Si cena, il ristorante è in una via, i tavolini arrivano in un’altra, i tavolini arrivano ovunque. Passa il trenino turistico in mezzo alla folla, sgasa che puzza. Gli ambulanti senza alcuna licenza allestiscono bancarelle che neanche nel mercato di Istanbul. Sono ovunque, interdicono l’ingresso della più bella piazza, quella del Duomo, nella quale entrano ed escono auto della curia, taxi, qualche infiltrato, a rovinare il selfie. Vai di foto panoramica, no, si vedono le impalcature su cui beffardamente si legge “aver cura”, affianco i soliti pakistani con cover, palloncini colorati.

Il Bazar di Piazza S. Oronzo

Drink nella movida, passeggiata su via Trinchese, la Walk of Fame di Lecce. Non rimarrà impressa una stella ma la stampa della tua scarpa che calca gelato, vari liquidi, resti di cibo e qualunque cosa cada dai cestini non più in grado di contenere. Schivi la folla, ma qualche genio ha deciso di mettere fuoco alle polveri, con eventi musicali da urlo nella zona più congestionata della città, nel periodo più caotico, a svilire ancora di più la bassa stagione, senza decentrare il caos. Le basi, le stesse che servivano per seguire le raccomandazioni per contenere il rischio contagio. Ciaone.

Lecce meta ambita, in cui si incontrano facilmente turisti di tutto il mondo, giovani come anziani, coppie, single, famiglie o gruppi di amici. Il barocco illuminato dal sole caldo, le vie della movida, i colori. Il mare, gli eventi, la cucina. E fin qui solo applausi, occhi stropicciati.

Poi c’è la città, quella di tutti i giorni, quella che parla di turisti e turismo solo quando finisce la “stagione”. La città che non comprende l’importanza di amministrare il turismo, di tutelarlo come prima industria cittadina.

La capitale del barocco, il capoluogo dello splendido Salento. Mille etichette, paragoni. “Lecce, la Firenze del sud”.

No, Lecce è Lecce. Del sud è del sud, a volte troppo, profondo sud, come la mentalità di quei geni messi a governare tanta bellezza. Nella sua esagerata bellezza, l’incuria e l’incapacità atavica di fare turismo, di arrivare preparati ad accogliere, gestire i flussi. A governare il turismo, non a subirlo.

“Tanto tornano” , loro. La città nella sua identità no, perché qualcuno ha deciso di cedere il passo alla turistificazione predatoria, sregolata, insensata, fino a quando i numeri del cosa, non basteranno a spiegare il come si è rotto l’incantesimo.

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Touristification : quando da opportunità il turismo diventa una minaccia.

Con il termine touristification si intende un processo di turistificazione, ovvero una dinamica che porta una destinazione, a trasformarsi in oggetto di consumo turistico. 

La turistificazione si applica in maniera performante solo sulle attività economiche, che di riflesso scaricano il danno sociale e le ricadute in termini negativi sulla comunità. Quando parliamo di touristification intendiamo prendere in esame la gestione incentrata sulla vendita del turismo inteso come mercato di prodotto e non di servizio, ovvero ad un’ottica speculativa che avvantaggia gli affari dei privati, con scarse incidenze positive sul territorio per occupazione e investimenti.

Gli elementi che evidenziano una dinamica di touristification sono i seguenti:

  • Trasformazione urbana dei centri storici. I residenti abbandonano il loro immobile, convertendolo in struttura ricettiva extra alberghiera. Proliferano attività ristorative e para ristorative, ambulanti e vari operatori di strada occupano sempre maggiore superficie pubblica.
  • Artigianato locale sempre più scarso, in favore di grandi bazar di chincaglierie riprodotte in Cina o altre manifatture mondiali. L’artigianato tipico, la produzione locale, diventa particolarmente inflazionata, ed i prezzi marcano l’identità di un prodotto di élite piuttosto che popolare, autoctono e autentico.
  • Si sposta il servizio dal residente al turista, con delle gravi lacune, per esempio sul trasporto pubblico locale in termini di capillarità, favorendo le tratte ad uso e consumo delle masse di turisti.  
  • La dipendenza dell’economia alle dinamiche turistiche, che comporta precarietà, stagionalità e spesso lavoro in nero.
  • Massificazione di luoghi la cui quotidianità viene stravolta dalla rapidità delle dinamiche di consumo estemporaneo.
  • Sovraccarico di strutture e infrastrutture fisiche e digitali. Una città di 50mila abitanti, può arrivare ad ospitare nello stesso giorno più di 200mila persone. Ciò generà un impatto negativo sui servizi tarati per un’utenza ben differente. Basti pensare alle celle internet e telefonia mobile. Tra questi disservizi si possono annoverare anche quelli di pubblica utilità. 

La touristification perciò trasforma l’opportunità di un settore in un speculazione di un mercato, rendendo oggetto di consumo la destinazione, privando la collettività delle ricadute che deriverebbero da una gestione integrata alla comunità locale. L’esempio più forte è Venezia, oggi, al tempo del Covid, una città vuota, apparentemente senza anima, in cui i residenti sono scomparsi ma le case, diventate strutture ricettive, sono sfitte, Hotel, B&B sono ovunque, ma vuoti. I bazar, le gondole, i ristoranti. Un’economia che si era trasformata in soggetto speculativo, con numeri da capogiro, e che oggi paga dazio, più di tutte le altre realtà turistiche che vanno messe in guardia dalla touristification. 

Ti interessa? Continua ad approfondire nella categoria ” Marketing Turistico e Territoriale

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