Dal tramonto in Salento, al tramonto del Salento.

Qualcosa va storto e non c’è alcuna forza, volontà e capacità di cambiare.

Attenzione! L’articolo che segue non è consigliato ad un pubblico campanilista incapace di analizzare e sviluppare un pensiero critico. Lo stesso lettore in questione lo ritengo uno dei principali complici di questo disastro.

Che si arrivi in auto, aereo, bus o treno, la scena non cambia. Con l’auto può essere un viaggio lungo, ma il calvario inizia quando per attraversare la Puglia ci impieghi ore passando dalla tangenziale di Bari, sperando di saltare l’ora di punta. L’autostrada finisce lì, servirebbe fino all’aeroporto di Brindisi, ma è lì che tutto si ferma. Iniziano le statali, è tutto piano, ma ci sono montagne di rifiuti nelle piazzole di sosta, asfalti ridotti a truciolato, qualche autovelox, cantieri a singhiozzo. Se ci arrivi in aereo lo fai solo d’estate, con prezzi sopra la media. Un buon numero di voli sullo scalo di Brindisi nei tre mesi estivi, il nulla o quasi durante tutto l’anno. E col treno? La stazione di Lecce ti accoglie con barriere architettoniche, riqualificazioni, ribaltamenti, tarallucci e vino. Lavori in corso, intanto siamo nel 2025. E se ti devi spostare nella provincia fatti il segno della croce, inizia un altro viaggio. Lo chiamano turismo esperienziale. Sai che esperienza, te la ricorderai.

C’è il Salento in Bus, anche questo rigorosamente da giugno a settembre e si può prendere dopo una camminata di 10 minuti, trolley e zaino in spalla, sotto il sole, senza un albero che ti faccia ombra, per attenderlo davanti ad un gazebo di plastica, chiuso. Non c’è personale, non un totem digitale. Qualche fogliettino di carta attaccato qui e lì. Ora puoi aspettare, in piedi, su scaloni o sul marciapiede. La pensilina è quella del trasporto pubblico cittadino, ed è già sold out.

Benvenuti nel Salento, la provincia esplosa nello spontaneismo di un turismo piovuto dal cielo.

Ed è l’unica cosa che piove nell’arido e deserto territorio, dove colonne di fumo nero si alzano in cielo, le campagne sono devastate dalla xylella quanto dalla mano criminale di gente che 7 casi su 10 appicca incendi dolosi. Poi mettici le sigarette, le pulizie di stagione e rimane un tappeto di rifiuti, quelli non ridotti in cenere. Delle TARI non pagate, dei B&B non dichiarati. Bottiglie di vetro, scarti edili e quelli che non erano buttati in mezzo ai terreni rimangono tra rampe stradali, dune e vicoli. Ma sei in Salento ed il mare è una favola, alcuni tratti di costa sono tra i più belli d’Italia e ci sono borghi che nascondono un fascino incantevole.

Può valerne il prezzo del biglietto. Dipende. La turistificazione ha travolto e sconvolto la vita delle comunità, alcune sono insofferenti, altre come in ostaggio non possono ribellarsi ad un modello che, sebbene speculativo e predatorio, resta la principale, anzi, unica economia del territorio. In una provincia dove la casa di proprietà è una garanzia ereditata da sudore, fatica, risparmio e anche tanti abusi e successivi condoni, il reddito da b&b è cosa diffusa.  Dopo lo slancio del Salento d’Amare e della grande ribalta, sembra essersi esaurita la forza propulsiva, lo stimolo autentico che produceva effetti disordinati ma potenti.

I Comuni si muovono senza una regia ed il modello familiare continua a prevalere sui quello manageriale. Le nuove competenze continuano ad emigrare, lo sviluppo economico è scarso, gli stipendi da fame, la destagionalizzazione un ritornello che si ripete ogni fine stagione, quando chiudono gradualmente locali, b&b, spariscono quei pochi servizi resi. Un enorme villaggio vacanza che si risveglia a marzo, apre i battenti ad aprile, lavora da maggio ad ottobre. Poi buona notte.

Un modello fortemente stagionale, basato per il 70% sulla domanda balneare, non avendo mai realizzato nuove offerte per altre stagioni, concentra il 50% delle presenze in 3 mesi. Altro che overtourism. La domanda eccede la capacità del territorio di riceverla per non più di 20 giorni l’anno. E’ l’undertourism durante 5 mesi l’anno e l’incapacità di creare dei posizionamenti chiari, delle offerte specifiche, che deve preoccupare.

Un modello che genera ricchezze senza distribuirle, che si fonda sulla stagionalità, perciò sulla precarietà. Le ricadute sociali, occupazionali, culturali sono poche, quasi invisibili. Il modello di sviluppo economico è dopato da cifre sostenute da bandi e finanziamenti pubblici, alcune oggetto, peraltro, di importanti inchieste. Nascono solo B&B e attività di food and beverage, collassa l’artigianato, l’agricoltura, il mondo dei servizi, soprattutto quelli specialistici. Il digitale sembra più un fardello che una sfida, la svolta green più speculazione che rivoluzione. Le città si desertificano seguendo il passo delle campagne, sotto i colpi delle rigenerazioni urbane che creano cattedrali nel deserto di dubbia utilità, per mano di una classe politica inadeguata. Nella migliore delle ipotesi!

Una situazione che nel tempo si è normalizzata, come si è normalizzato l’illecito occulto, la mano invisibile che si nasconde dietro volti e mani pulite e nel turismo ci sguazza, ripulisce denaro, distribuisce droga, mette mani su concessioni, parcheggi, forniture, grandi eventi. Ma non si chiama più mafia, perché ha cambiato metodi, ha ribaltato il piano: non chiede e costringe, ma comanda e ottiene.

C’è un Salento però che non si arrende, operoso, appassionato. Fatto di centinaia di imprenditori coraggiosi, più martiri che eroi. Una terra di professionisti, associazioni, grandi menti quelle che non sono dovute andare via per trovare fortuna o sono rientrate, perché questa è la loro casa. Una terra di eccellenze, gusti, tradizioni, folclore, cultura, arte. Una terra che del turismo non è mai riuscita a farne un’industria sostenibile, integrata, strategica. Qui il dibattito si ferma sul costo di una frisa non al valore del lavoro. Sui numeri della stagione, non sul come gestirli.  Una provincia che invece di tutelare il territorio, diversificare l’offerta, sviluppare sinergie, elaborare strategie, ha spremuto ciò che c’era da spremere e confonde il “boom” dei sensazionalistici titoli di giornale che parlano di crescita dei numeri con un fenomeno globale, legato all’aumento dei flussi e soprattutto alla capacità, rispetto al passato, di contabilizzarli grazie al tracciamento digitale, con l’implosione del sistema. Così, sebbene dal 2015 al 2020 ci fossero molto probabilmente anche più presenze, una consistente parte di queste erano sommerse. Così gli arrivi, un tempo fortemente veicolari, oggi vengono tracciati dall’aumento dell’uso degli aerei e dei treni. Numeri sostanzialmente invariati, anzi, fisiologicamente in leggera decrescita, ma che appaiono numericamente superiori di anno in anno perché emersi.

Ma questi sono numeri, calcoli, valutazioni, che lasciano il tempo che trovano. Qui c’è da riprendere un percorso interrotto ad un bivio tra meta e destinazione, tra prodotto e brand, tra terra e territorio, tra benessere e benestare.

In una terra meno povera ma più miserabile, che ha preferito curare gli interessi privati, creare e ricreare masserie invece che tutelare natura, ambiente e patrimonio pubblico, ora è il tempo dell’ultima possibile scelta: abbandonarsi ad un lento e progressivo destino come turistificio o elaborare un piano strategico come destinazione.

Essere una terra di arrivi o un territorio vivo e vivibile.

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3 commenti

  1. Esattamente il mio pensiero.
    In particolare, quando si mormorava che volevano istallare il “Volo dell’angelo” da Torre Nasparo a Marina Serra commentai un post dicendo che era una cosa inutile e che facevano bene a pensare alla gente che ci vive tutto l’anno, per esempio creare una rete di trasporti valida. Ogni volta che da Pisa arrivo a o parto da Br devo pregare di riuscire a trovare un’anima buona, specialmente da settembre a giugno, altrimenti ci metto fino a 7 ore per 100 miserabili km). Mi è stato risposto che il progetto è privato e non c’entra niente con i fondi pubblici che dovrebbero andare ai trasporti. Però nessun investitore privato investe nei trasporti, tutto quello che si fa sono solo specchietti per le allodole, per rimbambire quei turisti che vengono per una settimana e poi non tornano più e chissenefrega.
    Oltre al fatto che è parco regionale, dicono, ma solo per chi vuole sistemarsi una pajara di 10 mq con due colonne e un pergolato a metterci un tavolino, che a mio avviso riqualificherebbe pure il territorio spettrale svuotato di tutti i bellissimi ulivi secolari; poi però c’è Porto Miggiano…
    Fondamentalmente manca in Salento un senso di comunità e obiettivi comuni, solo così si può uscire dalla miseria in modo stabile e sostenibile.

  2. Perché non indire un referendum Salento Autonomo per farlo diventare una perla staccato dalla puglia che altro non è che la rappresentazione degli interessi baricentrici?!???

    • Cristian, l’idea di un “Salento Autonomo” è già stato cavalcato politicamente da chi per fini elettorali e di carrierismo politico ha creato “Movimento Regione Salento” ed una volta arrivato all’obbiettivo politico ha sciolto il movimento ed è confluito in Fratelli d’Italia. Sai perché? Perché l’idea di una Provincia Autonoma è pura propaganda, costituzionalmente, politicamente economicamente, socialmente e culturalmente. Gli statuti speciali, per le autonomie, sono riservate ad aree che storicamente hanno avuto una difficoltà nella gestione politica del territorio. Peraltro con risorse, industrie, insomma premesse totalmente differenti. In un contesto globale, la sfida delle autonomie diventa una cazzata pazzesca. Pensa solo all’aeroporto di Brindisi: senza giganteschi investitori privati, come lo sostieni nei circuiti internazionali? Chi ci mandi a contrattare con i vettori internazionali? Il sindaco di Cocumola? (con tutto il rispetto). Bisogna rimanere seri e lasciare le suggestioni da parte. L’autonomia la raggiungi quando miri ad un obbiettivo di sviluppo economico sostenibile, ad una tutela del territorio efficace, ad un rilancio dei servizi totale. Ps io mi guarderei bene anche dall’idealizzare il Salento, tra tanta bellezza, cultura e splendide persone, ci sono anche una marea di incivili, criminali e ignoranti che sono disposti a vendere l’anima al diavolo pur di ottenere un miserabile tornaconto personale.

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