Archivio mensile Novembre 2020

Amazon, alcune verità.

Nella retorica nostrana, quando non si è capaci di arrivare ad un punto, si tende a screditare ciò che qualcuno ha fatto di meglio. La volpe che non arriva all’uva. No, non è il caso di Amazon. 

E’ il caso di centinaia di migliaia di imprese che in Italia hanno investito a tempo debito nel digitale. Imprese che hanno formato il proprio personale, investito in logistica, in sviluppo di portali e-commerce, siti vetrina o blog, per raccontare la propria attività, renderla reperibile e avvicinabile. Attività che hanno svolto del sano social media management, realizzando comunicazione di brand, di prodotto e sviluppando social commerce, financo all’estero, con ambizione, quanto con remunerative campagne ben profilate, con cui aggredire nuovi target e nuovi mercati.

E gli altri? Stanno a guardare. Nel 2020 è impensabile scagliarsi contro Amazon senza aver fatto nulla per evitare che Amazon cannibalizzasse il mercato interno. Molte PMI in Italia preferiscono affiliarsi al colosso del web, piuttosto che investire nella disintermediazione. Meglio l’uovo oggi che la gallina domani. Ed è così che da vittima si diventa carnefici. Commissioni, costi e digitalizzazione senza esperienza di brand, identità, senza fidelizzazione al consumo, preferite ad un lavoro lungimirante di strutturazione strategica e digitale.

Con una logistica impazzita, in una corsa al ribasso, al just in time, pagato a caro prezzo da dipendenti mossi come pedine impazzite, con un braccialetto contapassi che misura il tempo di riuscita di ogni processo, Amazon ha ulteriormente aumentato fisiologicamente il suo volume di affari nell’anno del covid.

Lo scenario dei diritti del lavoratore, dello sviluppo delle attività è sotto gli occhi di tutti, ma molte affermazioni su Amazon sono infondate o maliziosamente ritoccate ad arte.

  • Evasori fiscali? Non del tutto. Non in Italia. Non con i prodotti italiani. Amazon ha una sua linea, che fattura in Lussemburgo (per l’Europa- facendo dumping) e prodotti terzi di affiliati, la cui vendita è tassata secondo il Paese in cui si opera la compravendita. Tra IRAP, IRPEF e IVA Amazon Italia nel 2019 ha versato al fisco 230 milioni di euro.
  • Anti-trust? Qui il vero punto dolente. Amazon gode di una posizione privilegiata, data dal contesto e dall’economia di scala che può applicare. Nel momento in cui la pandemia ha bussato alle porte dell’Europa, ci si è resi conto della necessità di amazzonizzarsi. Su questa posizione, Amazon ha fatto forza, puntando a vendere non i prodotti degli affiliati, ma i propri, (spesso dalle manifatture-schiavitù di mezzo mondo sommerso) avvantaggiandosi della propria posizione, non solo per la chiusura delle attività, ma privilegiando la vendita della propria merce a danno degli affiliati, gestendo i dati di questi ultimi.
  • Minaccia? Si, ma solo nel momento in cui fa leva sulla posizione di dominio sul mercato globale e nel caso di violazione dei dati degli affiliati per vendere la propria merce e non quella degli affiliati.
  • Opportunità? Si, affiliarsi ad un provider strutturato, riconoscendone i costi di commissione, per vendere ciò che altrimenti rimarrebbe invenduto, resta un’opportunità. Strutturare un listino prezzi con un pricing dinamico, facilita la gestione dei costi, per trarne utili senza restare alla canna del gas.

Perciò Amazon deve far discutere più della sua posizione sul mercato che non come strumento di mercato. Dei diritti violati sulla privacy, degli stipendi da fame e non sulle tasse (versate) derivanti dai profitti di aziende affiliate. Amazon deve essere uno strumento, una risorsa per strategie strutturate, in un’ottica di competizione globale, con un pricing dinamico, mentre si lavora e si investe su una struttura in housing capace di avere un volume più basso di ordini, ma al contempo più alto nei fatturati.

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Turismo post covid.

Da una crisi può nascere una grande opportunità. Sembrano luoghi comuni, parole in libertà, eppure ci sono i dati a spiegarci che ci sono segnali evidenti di una necessità fondamentale: diminuire le quantità, aumentare la qualità. Un nuovo equilibrio.

Il turismo in Italia, nel complesso, rispetto al 2019 subisce un arresto del 49,7%, con 57 milioni di turisti in meno. Di questi, circa il 68%, ovvero quasi 39 milioni, direzionati dai grandi operatori nelle mete più gettonate e nell’alta stagione. Una mole immensa che effettivamente rispecchia la situazione in città come Venezia, la cui presenza del turismo di massa, ha lasciato spazio ad insolite camminate nel silenzio, lontano da file, attese e code.

Il turismo in Italia incide oltre il 14% del PIL, stesso numero, in miliardi, che quest’anno mancheranno dagli incassi della ricettività. Prima della pandemia, in soli 20 comuni d’Italia si concentrava 1/3 del flusso turistico, flusso che in concomitanza di alta stagione realizzava un overtourism dannoso e spesso neanche performante economicamente.

Tale scenario ha spinto e sollecitato dinamiche di mercato di stile predatorio: ristorazione e sistema extra alberghiero fuori controllo, aumento esponenziale dei prezzi, diminuzione dei servizi, rapporto dipendenti/ospiti ben sotto la capacità di carico.

Uno scenario meglio rappresentato dalla TURISTIFICAZIONE. Il fenomeno secondo il quale le città si prestano a diversificare, progettare e mutare la propria identità per accogliere il turista. L’esatto contrario del LOCALHOOD, la turistificazione si evidenzia con queste caratteristiche:

  • svuotamento dei centri storici , i residenti convertono la propria residenza/dimora in struttura ricettiva extra alberghiera
  • artigianato locale convertito in bazar con prodotti altamente omologati spesso di manifattura estera
  • presenza fortemente concentrata di attività di somministrazione food & beverage
  • inflazione immobiliare (un appartamento di 90 mq,  in centro a Roma può essere affittato a 1.500,00 euro al mese, convertendola in B&B con un’occupazione del 70% triplichi la cifra – perciò chi affitta a famiglie o privati, alza la posta in gioco)
  • perdita identitaria di modi e usanze del luogo, in definitiva di identità.

E allora? Quale è l’opportunità?

L’opportunità sta nel creare un nuovo modello di sviluppo turistico, realizzando itinerari fuori dai centri, implementando il flusso verso borghi autentici, basandosi su una progettazione di destination management che esalti le peculiarità del territorio, creando pacchetti localhood, di immersione nella quotidianità del luogo, nell’identità del territorio. Sostenere i percorsi ciclabili extra-urbani, mobilità elettrica a supporto di trasferimenti da e per le principali città. Percorsi esperienziali, per immergersi nella coltivazione, raccolta, produzione, preparazione enogastronomica e culinaria.

Spostare i flussi non solo significa decongestionare centri urbani al collasso, ma promuovere un territorio per il 70% inesplorato dal turismo estero, che sempre di più apprezza le caratteristiche autentiche del luogo che visita, ma non è indirizzato propriamente. Significa rivalutare ripristinare un equilibrio tra domanda e offerta, nonché rendere economicamente più performante le attività turistiche, che potranno contare su specifici gruppi che investono alla ricerca dell’autentico. In poche parole, per rendere semplice e più chiaro il discorso, il nuovo turismo può e deve realizzare un deflusso dai principali hub ai nodi di interconnessione territoriale. Da Roma, organizzare l’arrivo a Bassiano, dove alloggiare in una struttura tipica, prendere una bici e visitare fattorie e imprese dell’agro. Una navetta elettrica la sera ti accompagnerà nella vicina Sezze per una cena nel centro storico. E così via. 

Significa coinvolgere e generare nuovi mercati, strutturare nuove offerte, ampliare la rete di investimenti lì dove il gap è notevole, offrendo, anche ai residenti, investimenti utili alla propria comunità. Pensate ad un piccolo borgo privo di rete fognaria. Pensate a piccole navette elettriche che possano collegare i paesini di un colle.

Pensate ad un turismo che si adatti alla comunità, al territorio e non il contrario. E’ questa la vera opportunità, governare il turismo senza esserne dominati. 

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