Archivio annuale 2018

Overtourism, minaccia o indice di successo turistico ?

Overtourism cosa significa e perché fare particolare attenzione.

L’overtourism è uno dei dibattiti più accesi tra gli addetti al settore turistico e non solo.

Una premessa: chiunque asserisca che il turismo in Italia è in crisi sbaglia di grosso. I numeri confortano una crescita dei flussi, pertanto parlare di crisi è assolutamente errato. Ad essere in crisi è il sistema organizzativo dei flussi turistici ed il management nazionale e locale del turismo. Infatti se da un lato la statistica quantitativa mostra un segno positivo, quella qualitativa resta immobile. Le ricadute di un turismo concentrato sono di gran lunga inferiori ad un turismo continuativo. Nonostante aumentino i turisti, bisogna sempre considerare i costi e i danni di un turismo da calca. Ne è l’esempio la Spagna che, avendo un minor numero di turisti in incoming, ha doppiato letteralmente l’Italia in introiti: 80 miliardi di euro contro i nostri 42.

Ma partiamo col dare una definizione di overtourism. Si parla di overtourism quando la domanda eccede l’offerta organizzata. Ovvero quando in un determinato periodo, in una determinata meta, il flusso turistico supera la capacità massima di un territorio. Gli aspetti maggiormente critici sono: la mobilità, lo smaltimento rifiuti, l’accesso alla rete telefonica o dati, fino ad arrivare alle meno sofisticate ma non per questo meno difficoltose irreperibilità di prodotti e servizi, tavoli ai ristoranti, strutture ricettive, auto, moto e bici a noleggio.overtourism

Si può dunque parlare di un fenomeno fortemente negativo. Seppur indice di una salute quantitativa del turismo, la cattiva ottimizzazione ed il mancato bilanciamento di domanda e offerta, inducono a rendere meno remunerativo il business (al contrario di quanto si pensi), più difficoltoso ed esasperatamente concentrato.

Vale la pena soffermarsi su un punto. L’overtourism è la conseguenza, non la causa. Come si verifica allora un eccesso di turismo, e perché invece di apparire un segnale di salute del settore, è una piaga?

L’overtourism si verifica per più fattori. Un macro fattore riguarda la mobilità mondiale. Sempre più persone si spostano in un mondo che demograficamente continua a procedere nella dimensione di sovraffollamento. L’Europa segnala trend molto forti in incoming e le mete principali come Parigi, Barcellona, Venezia, sono quasi al collasso.

L’eccesso di turismo indica anche un cattivo stato dell’organizzazione infrastrutturale. Poche e concentrate infrastrutture. Ne è l’esempio lampante l’Italia, dove il turismo si concentra per circa il 50% in 5 Regioni. Il sud, in cui il turismo dovrebbe essere il volano dell’economia, raccoglie poco o nulla, con un turismo prettamente stagionale e scarsamente internazionale. Pochi aeroporti internazionali e tutti concentrati in meno di cinque città. Luoghi simbolo privi di stazioni, traghetti solo in alta stagione, mancata rete stradale o autostradale, rappresentano alcune delle principali criticità infrastrutturali.

Ma non è solo una questione di logistica. Altre zone più remote del mondo riescono a sopperire a questi fattori, promuovendo un turismo organizzato e non subito. L’overtoursim perciò nasce anche dalla mancata capacità di mettere in sinergia dei territori, creare alleanze strategiche con delle possibili mete partner. Nasce dal mancato approccio al destination management, alla cultura di pianificazione di mete e pacchetti turistici. Nasce dal mancato investimento in internazionalizzazione, partendo dal personale e dalla sua incapacità di parlare più lingue, passando alla mancata disintermediazione dai canali di booking, la scarsa digitalizzazione della comunicazione del territorio e dei suoi operatori, per finire al buon senso che imporrebbe un tentativo di non lavorare il minimo possibile per guadagnare il massimo ricavabile, quando ciò significhi mettere a repentaglio la sicurezza, la legalità ed il rispetto del territorio.

Il numero chiuso ed i tornelli appaiono misure palliative a fronte di una diagnostica improvvisata. Meglio sarebbe iniziare un processo di governance del turismo, creando cabine di regia adatte a prevedere i flussi, formare ed informare il territorio. Realizzare un lavoro da tour operator, all’interno della amministrazioni pubbliche, in sinergia con i privati, dettagliando un’offerta destagionalizzata, in base alle peculiarità degli attori turistici in campo. Definire delle strategie di marketing per implementare, sviluppare, specializzare o diversificare l’offerta. Formare gli operatori e le loro risorse all’accoglienza, all’ospitalità, all’utilizzo delle lingue e delle tecnologie digitali.

Insomma non tutti i mali vengono a nuocere e l’overtourism, attuale congestione di un paziente gravemente malato, può rappresentare la migliore opportunità per immunizzare il territorio e renderlo più solido di prima.

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GDPR e tutela dei dati

GDPR , ecco in breve di cosa si tratta e cosa bisogna fare.

Un acronimo che ha terrorizzato operatori ed utenti, GDPR è in estrema sintesi General Data Protection Regulation, ovvero il regolamento europeo che nasce con l’intento di armonizzare la giurisprudenza del trattamento dei dati personali e la loro libera ma tutelata circolazione dai Paesi europei a quelli del resto del mondo.

Cosa cambia con il nuovo regolamento? Si introducono norme maggiormente trasparenti sull’informativa privacy e la gestione del consenso a trattare i dati personali, vengono definiti i limiti al trattamento dei dati personali anche in occasione di sistemi automatici di raccolta ed elaborazione dati. Gestione uniforme per il trattamento e la gestione del trasferimento dati da Europa a piattaforme mondiali, ed in fine, ma non meno importante, sanzioni più rigorose in caso di violazione.

Con il GDPR emerge chiaramente la necessità di intercettare un principio di responsabilità, in capo ad un titolare del trattamento. Questa figura dovrà segnalare violazioni di sistemi automatizzati, gestire i dati e indicarne la modalità di utilizzo, garantire la salvaguardia delle generalità ove cedute e gestite da terzi indicandone anche il fine.

Per adeguarsi alle normative previste dal nuovo regolamento europeo “GDPR” , sarà necessario dunque non solo un aggiornamento testuale del proprio sito ma di un nuovo modo di concepire i dati a livello aziendale, strutturale. Nei casi di imprese operanti nel commercio online o pubbliche amministrazioni, si tratta di un cambio ben disciplinato, importante, organico.

Le sanzioni sono piuttosto rigide e possono colpire le aziende con multe a partire dal 2% del proprio fatturato annuo, fino a 2 milioni di euro.

Per essere in linea con il GDPR sarà importante dichiarare un Privacy Policy esponendo gli utilizzi dei dati, la gestione, l’impiego di sistemi di raccolta e analisi dati, individuare un titolare del trattamento dati e elencare tutti gli strumenti, la modalità di utilizzo, la durata della gestione e la tipologia di informazioni che si elaborano per le proprie attività online. Evidenziare la nuova gestione dati e l’informativa completa per un consenso ove esso sia necessario.

Abbiamo individuato in questo articolo di AGENDA DIGITALE alcune informazioni più specifiche e dettagliate.

Studio Siculella mette a disposizione le proprie competenze per aiutarvi nella gestione di questo cambiamento normativo e nell’adeguamento al GDPR. Il nostro legale, specializzato in diritto informatico, vi potrà supportare e condurre al raggiungimento degli obiettivi indicati dalle nuove direttive.

Per una consulenza gratuita compila il modulo sottostante oppure contattaci via mail a [email protected]

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Consigli utili per gestire i social media.

Abbiamo analizzato i profili social dei nostri clienti e ne abbiamo dedotto dei consigli utili per gestire i social media.

Cercando online “consigli utili per gestire i social media” è facile incappare in rubriche, blog e post di stregoni (presunti tali) del social media marketing. Ancora più facile è scoprire che questi siano dei copia e incolla di gente che, pur di apparire autorevole, ripete i “segreti” del social media management.

Noi lavoriamo sul campo, e dall’esperienza nel settore e dalla data analysis fatta sui nostri clienti, vi forniamo non dei segreti ma dei consigli utili per gestire i social media.

Partiamo da un presupposto: non esistono segreti! Esiste originalità, talento, conoscenza degli strumenti, delle tecniche, and last but not least, la strategia derivante dalla conoscenza del marketing.

Per non confonderci con i cialtroni tagliamo la testa al toro, ecco i consigli utili per gestire i social media, sulla scorta dei dati analizzati dai profili attivi di 30 aziende operanti in diversi mercati.

Consigli utili per gestire i social media, ecco le domande da porsi.

QUANDO POSTARE?

Dipende dalla tua posizione e dai tuoi obiettivi! Partiamo dal considerare il traffico sui social. Le ore di punta sono dalle 21.00 alle 24.00. E’ in questa fascia che si assiste ad un vero e proprio boom. Il che significa che ci sono molte persone connesse, pronte a visualizzare il tuo post, tanto quanto a caricarne uno. Ed è proprio qui il succo del “quando postare”. Se hai una buona fan base, se i tuoi follower sono strutturati ed hai un buon livello di engagement non esitare: posta poco prima delle 21 o poco dopo le 23.

L’orario con minor traffico invece va dalle 14 alle 17. Ed è in questa fase che è più opportuno postare se non hai una numerosa fan base e non godi di un elevato engagement. Può risultare positivo postare in questa fascia oraria se il tuo profilo si rivolge ad un target di professionisti, interessati ad acquisti e informazioni su prodotti e servizi da big spender. Abbiamo infatti notato come dalle 14 alle 17 i post di tipo commerciale, le offerte, l’invito ad eventi o le call to action più in generale, presentano le migliori performance. Se usi Linkedin sappi che le prime ore della mattina (8-10) e il primo pomeriggio (15-17) possono essere molto fruttuose.

COSA POSTARE?

Finalmente possiamo sfatare un mito. In molti sostengono che i contenuti video siano i migliori da postare. No! Innanzitutto dipende da chi è il soggetto e l’oggetto del video, dalla sua qualità e dalla sua durata. Il video infatti ha maggiore presa del contenuto fotografico su Facebook e non su Instagram (per esempio). Inoltre i video, a meno che non si tratti di un video sharing come Vimeo o Youtube, hanno un piccolo problema di somministrazione. L’audio infatti spesso non viene riprodotto dall’utente per questione di contesto e di circostanza. Altro problema di somministrazione deriva dall’utilizzo della rete, il digital device di alcune zone “remote” o il sovraffollamento e sovraccarico di rete in altre, potrebbe non rendere efficace la penetrazione del video presso il proprio target, e ancor di più nell’orario più trafficato. Il contenuto fotografico di qualità perciò rimane il più funzionale.

L’oggetto del vostro post dovrà apparire graficamente adatto ed originale, coerente con lo strumento che state utilizzando, ben diverso è Pinterest da Twitter (per dirne una),  ma soprattutto dovrai tener conto di tipologie diverse di contenuto: alterna post informativi, virali, empatici, commerciali. Insistere su una tipologia di post può annoiare e soprattutto, se da un lato rafforza un engagement derivante dall’aspettativa del proprio target, dall’altro non permette l’aumento della copertura e la diffusione dei contenuti. Questa è infatti la principale patologia dei social media in politica.

COME POSTARE?

Tra i consigli utili per gestire i social media non può mancare il come.

E’ inutile dirlo: qui si gioca la partita vera. Nell’era dello scroll down compulsivo, il come è decisivo tanto quanto il cosa. E’ opportuno dotarsi di sintesi, originalità, uso moderato e specifico di hashtag (dove previsto) per categorizzare l’argomento. E’ fondamentale poi capire la portata e la copertura del proprio post. Se ha un impatto ristretto a livello locale sarà opportuno geolocalizzarsi in maniera sempre più specifica, soprattutto se si tratta di un bar, ristorante, negozio, insomma di un’attività prettamente locale. Ben diverso è se il contenuto prescinde dalla località. Inoltre postare può essere del tutto inutile se non si fa una quotidiana attività 2.0 , ovvero di risposte ai commenti, menzioni, tag, condivisioni. Metti “mi piace” e commenta i contenuti dei profili più rilevanti del settore a te correlato, è un modo efficace per fare network e portare in evidenza la propria voce.

Non usare il click baiting su Facebook, l’algoritmo aggiornato ti punirà. Usalo su gli altri social ma con assoluta e doverosa moderazione. Posta con una frequenza minima di un post al giorno, ti aiuterà a tenere attivo il profilo nonché la copertura minima. Sfrutta le date, gli eventi e le festività per cavalcare trend topic con originalità.

DOVE POSTARE?

No, non ci siamo bevuti il cervello. C’è da considerare anche questo. Il dove è rilevante, perché non solo hai da scegliere lo strumento, ma quale supporto sfruttare di quello strumento. Le story di Facebook non contano quanto quelle di Instagram, viceversa la diretta Facebook non ha la forza di copertura di Instagram.

Scegli i tuoi social considerandoli separatamente per target, obiettivo e capacità di penetrare l’audience di riferimento ed il mercato relativo. Ora potrai considerare dove inserire il tuo contenuto.

PERCHE’ POSTARE?

Già, in pochi si fanno questa domanda, altri si danno una sola risposta: per vendere e promuovere. Il mondo dei social è ben più complesso. Postare ed utilizzare i social non è difficile, anzi. Grazie alla loro facilità di utilizzo i social diventano uno strumento edonistico, di intrattenimento, che genera piacere quanto frustrazione. Un social media management che si rispetti non può non rispondere a questa domanda, e ciò dipenderà tutto da una sola cosa: obiettivi.

Chiedetevi quale è il vostro obiettivo, prima di tutto.

A volte infatti è più importante vedere cosa si posta che non postare, capire il sentiment di follower, fan, utenti. Il 2.0 ci ha donato un sistema qualitativo di raccolta dati che per veri esperti di marketing si traduce nella più grande opportunità del web. Non postare a vanvera, le regole della vita reale utilizzale anche nei social: meglio stare zitti e apparire stupidi che aprire bocca e darne la conferma. Posta se hai qualcosa da dire, se hai la necessità di condividere o ne trai un vantaggio, o piacere. Posta perché vuoi e puoi dire la tua, non perché così fan tutti.

Studio Siculella utilizza il 2.0 nell’aspetto più interessante, ovvero la comprensione e l’analisi dei dati, per realizzare piani di marketing efficaci ed utili ai tuoi obiettivi.

Così come abbiamo fatto per questo post, raccogliamo i dati dalla rete, li mettiamo a sistema e ne ricaviamo preziose indicazioni che possono fare la differenza. Vuoi avere più consigli per gestire i social media?

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Come gestire i social in politica.

Consigli utili per gestire i social in politica.

Gestire i social in politica ormai non è più una velleità. La comunicazione online è sempre più necessità, sempre meno virtù, anche in politica. Nell’era della campagna elettorale permanente, il continuo aggiornamento passa dai social. Per questioni economiche, e di tempo, il nanopubblisher supera di gran lunga il main stream e, a meno che tu non sia ai vertici di un’organizzazione, o un leader politico, ti converrà gestire i profili social alla pari dell’agenda eventi.

Ecco allora che vi torneranno utili questi consigli, che vi permetteranno di gestire i social in politica al meglio.

  1. POSIZIONAMENTO. Siate coerenti con la vostra immagine e la vostra reputazione. Il vostro schieramento politico, il vostro elettorato, hanno bisogno di coincidere con il racconto che fate di voi stessi e del mandato che avete assunto o intendete assumere. Con il termine di posizionamento si includono tutte quelle variabili che identificano un politico presso il proprio elettorato. Età, schieramento, sesso, religione, provenienza, estrazione sociale, livello culturale, e via dicendo. Prendetevi del tempo per disegnare (letteralmente) una mappa di posizionamento, individuate le vostre principali caratteristiche e quelle maggiormente espresse fino ad oggi. Fatto ciò potrete iniziare a selezionare gli strumenti. Infatti grazie al posizionamento, riuscirete ad evitare perdite di tempo su profili social inutili. Se avete 65 anni, il vostro elettorato è perlopiù composto da coetanei, sarà meglio non perdere tempo su un social come Instagram. Viceversa sarà opportuno utilizzare Instagram o Youtube nel momento in cui volete imprimere maggiore autorevolezza presso un elettorato più giovane. Se avete tempo, risorse, staff, allora potete pensare di gestire tutti i canali ed integrarli al meglio ma, a meno che non siate Presidenti o vice, dovrete pur fare qualche conto in tasca vostra o, a buona coscienza, in quella dei cittadini.
  2. DUE PUNTO ZERO. Gestire i social in politica significa soprattutto esporsi al commento, ai complimenti come ai giudizi, suggerimenti o nel peggior caso agli haters, fake e troll. In un concetto solo, due punto zero. Ciò significa che non sei in un sistema transazionale ma relazionale. Ciò ti obbliga ad avere un ritorno di comunicazione, un feed back. Rispondi a tutti con garbo, ironia, gentilezza (se è nel tuo stile). Ignora, blocca, elimina se opportuno. In tutti i casi imposta filtri di volgarità, controlla i commenti, interagisci, documenta, condividi, scambia, menziona. E’ l’unico vero modo per alimentare organicamente (ovvero non a pagamento) i tuoi social
  3. SOCIAL MEDIA MANAGEMENT. Gestire i social in politica non è una cosa semplice. Occorre avere un piano redazionale ben chiaro, e ancora di più un frame (una cornice narrativa) entro la quale muoversi. Parole chiave da utilizzare, toni, immagini, riferimenti. Una linea guida da seguire, in coerenza con la comunicazione centrale del proprio partito/schieramento. Ecco alcuni passaggi per gestire i profili social in politica al meglio:
  • Realizza un sito istituzionale. Chiaro, snello, e di facile consultazione. Deve contenere le informazioni necessarie per bene identificare il tuo profilo politico e le principali notizie. Questo è l’unico canale che sarà la vera fonte della tua comunicazione disintermediata. Potrai caricare atti, comunicati stampa ed iniziative, consapevole che resterà il tuo contenitore online e base dei tuoi sforzi digitali e non.
  • Scegli i social con cui diffondere le tue notizie, raccontare il tuo profilo, descrivere la tua attività. Gestiscili sapendo che possono essere integrati e collegati fra loro, ma ognuno predilige un contenuto, una scrittura, un metodo.
  • Profila al meglio i tuoi social. Cura la biografia, sintetica, descrittiva, interessante. Poi cura le impostazioni, gestendo e limitando l’area ed il target. Imposta le caratteristiche grafiche come il layout (dove possibile) o gestendo la tua immagine nel miglior modo possibile (foto copertina, profilo…).
  • Utilizza scientemente i social per le caratteristiche che ognuno di essi ha, non buttare tutto in caciara. Gli hashtag sono utili per Twitter e Instagram, relativi e spesso inutili per Facebook. Posta contenuti di qualità, sia fotografici che testuali. Sii breve, coinciso e originale. Carica video di tua proprietà che non siano banali o utilizza quelli altrui condividendo o comunque menzionando.
  • Geolocalizzati per rendere maggiormente reperibile il contenuto all’interno di un’area geografica di interesse

Gestire i social in politica non è troppo difficile, farlo bene si. Se ti servono informazioni, chiarimenti, suggerimenti, o vuoi affidare la tua area digital a persone competenti e formate contattaci qui.

Oppure completa i campi di seguito

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Futurismo o fu turismo ? Scenari in evoluzione.

Quando si parla di turismo si rischia di parlare a vanvera, senza sapere cosa è, come lo si fa, chi sono gli attori economici e quali sono le variabili che determinano il settore prima, il mercato poi. Negli ultimi anni si è iniziato a riconsiderare il concetto di turismo e soprattutto di turista. I contesti socio-politici, i terrorismi, i trend, le mete e le politiche adottate per sviluppare turismo, il digitale ed i nuovi attori del mercato, stanno ridisegnando il concetto stesso di turismo.

Per parlarne abbiamo interpellato Luca Caputo, esperto di turismo, e più precisamente Food Tourism Consultant & Digital Coach – UniSalento Research – Advisory Board Member on Digital Tourism of BiT Milano.

Oltre alla conclamata professionalità e alla riconosciuta specificità, l’intervista a Luca Caputo nasce dal desiderio di approfondire sulle evoluzioni in corso, e averne una visione allargata. Una vera immersione nella competenza, lontana dalle improvvisazioni e dalle mediocrità che circondano il settore.

Allora benvenuti e buona lettura.

Come tutti i mercati, il turismo è stato radicalmente scosso dalle novità digitali. Il 2.0, ovvero il passaggio dal transazionale al relazionale, ha obbligato gli operatori ad interpretare nuove esigenze, a stravolgere le proprie logiche. Se volessimo riconoscere le principali caratteristiche di un mercato turistico 2.0, di quali dovremmo tenere maggiormente conto?

Le tecnologie hanno sicuramente inciso in maniera determinante sul mercato turistico, è evidente il modo in cui è cambiata l’offerta e, di conseguenza, la domanda. Nelle fasi di scelta e organizzazione del viaggio si è passati da pochi autorevoli referenti (agenzie di viaggio, tour operator, hotel) ad una miriade di interlocutori (Online Travel Agency, blog, social, influencer, B&B) che si trasformano in altrettanti punti di contatto (touchpoints) e incidono in maniera più o meno decisiva nella scelta e nella tipologia di viaggio che si andrà ad acquistare.

Il percorso che porta al viaggio, tecnicamente definito Travel Customer Journey, è sicuramente molto più articolato e frammentato di quanto non fosse qualche anno fa: è un viaggio nel viaggio! In un mercato turistico 2.0 occorre dunque conoscere molto bene il Travel Customer Journey dei propri potenziali clienti, attivando ogni strumento possibile per presidiare i touchpoints ed essere presenti e utili in ogni fase del processo decisionale.

È difficile anche definire i confini di questo mercato in continua evoluzione ma è sicuramente possibile individuare alcune caratteristiche fondamentali: la personalizzazione dell’offerta e dei servizi, l’uso dei dati per prendere decisioni in tempo reale, l’approccio mobile-friendly e la crescente integrazione della realtà aumentata che apre scenari inediti. Meriterebbe un discorso a parte tutto lo scenario delle Internet of Things, che comprende quel mondo di dispositivi che comunicano e scambiano dati tra di loro per prevedere, ad esempio, in quali giorni, in quali orari e dove si muovono i turisti su un particolare territorio, dove si concentrano i loro acquisti, da dove provengono maggiormente per poi attuare strategie in linea con quel particolare target di mercato.

In Spagna e in regione Piemonte esistono già diversi esempi di utilizzo di Big Data e Internet of Things applicati al turismo che hanno dato modo di scoprire dove dormono, dove e come spendono i turisti suddivisi per nazionalità. In questo modo, hanno scoperto ad esempio quali sono i turisti che spendono di più, con ricadute benefiche su tutto il tessuto economico. Il risultato è che, con questi dati alla mano, si capovolge il costrutto di base: non sono più i turisti che scelgono le destinazioni ma le destinazioni che adeguano l’offerta ai turisti che vogliono far venire sul proprio territorio.

La tendenza è quella di considerare il turismo sempre più “digital”, ma proviamo a fare chiarezza. Cosa significa turismo digitale? Quali sono le dinamiche di un mercato turistico che guarda sempre più alla rete? 

Nell’ultima Borsa Internazionale del Turismo svoltasi a Milano, l’argomento del mio speech era proprio incentrato sul tema “Resta sempre connesso”. Un turismo digital implica un turista sempre connesso tecnologicamente, sempre alla ricerca di soluzioni di viaggio in linea col suo stile di vita: che sia uno short-break per rompere con la quotidianità, un viaggio bleisure ideale per unire impegni di lavoro a momenti di svago o una vacanza più lunga di tipo leisure l’unica cosa che davvero conta è poter scegliere (e riprendere) in qualsiasi momento la valutazione delle soluzioni, la scelta e l’acquisto, anche di notte o la domenica quando si è comodamente a casa a valutare con calma.

È per questo motivo che si parla non più di una logica multichannel (comunicazione su più canali) ma di una logica omnichannel in cui la gestione dei canali di comunicazione lavorano insieme e si integrano per garantire un’esperienza utente fluida e continua, con l’obiettivo finale di accompagnare quanto più efficacemente possibile alla prenotazione finale. Ultimo ma non meno importante: il digitale ha ampliato la capacità di raggiungere segmenti turistici molto specifici, in cui non è importante “fare numeri” ma definire la propria Unique Selling Proposition per conquistare tanti piccoli mercati spesso molto remunerativi. In altre parole, è necessario definire la nicchia cui ci si rivolge e capire “dove” e come farlo: nel digital comunicare a tutti equivale a non comunicare a nessuno.

Esistono delle controindicazioni nel considerare così centrale la digitalizzazione del mercato? Non c’è il rischio che il territorio, ed un’organica considerazione strategica dello stesso, perdano l’opportuna centralità? Il rischio principale è identificare il digitale con la strategia: il sito web, i social, sono solo una piccola parte di una pianificazione di marketing che dovrebbe esprimere il brand in tutte le sue sfumature, dal linguaggio che si usa nel comunicare con i turisti (tone of voice) fino alla valorizzazione e formazione dei collaboratori o degli uffici pubblici di informazione turistica che, con i viaggiatori stessi, hanno a che fare in prima persona.

Il resta sempre connesso, infatti, è anche una questione di relazioni: relazioni umane e relazioni col territorio.

In un mondo sempre più digitale, il turista vuole restare sempre connesso, vuole connessioni col territorio e coi suoi abitanti. Stringe relazioni (interessi, motivazioni di viaggio) in rete, si muove seguendo relazioni e le condivide nei luoghi.Si muove ed è attratto dalle connessioni che si generano prima, durante e dopo il suo viaggio.

Non a caso una ricerca di Amadeus parla di “tribù” di viaggiatori e Copenaghen ha dichiarato morto il turismo così come lo conosciamo, dando il benvenuto al concetto di Localhood: non più un turista che cerca la foto perfetta ma una connessione personale ad un’esperienza condivisa fatta di relazioni, interessi e autenticità. Il rischio per il territorio è di non sfruttare la rete di operatori che concorrono alla costruzione del valore della destinazione: in un mondo di viaggiatori che si muove spinto da motivazioni ed esperienze di viaggio, il turismo non può essere solo appannaggio di hotel e ristoranti. Occorre che ciascun territorio scopra quali sono gli elementi WOW, quelli che lasciano a bocca aperta, che lo contraddistinguono nella sua genuinità.

È un processo lungo, che richiede progettualità, condivisione di visioni diverse, il superamento di logiche egoistiche e inutilmente competitive per promuovere sul mercato non la struttura, non il ristorante ma la destinazione tutta. Il turismo si muoverà sempre più verso luoghi in cui riscoprire il cuore vero dei territori, dove l’artigiano non è protagonista solo nel presepe vivente ma rappresenta l’economia del territorio che può dare una prospettiva di lavoro anche alle nuove generazioni.

I numeri dicono che in Italia il flusso turistico aumenta, eppure le ricadute economiche, occupazionali e sociali sono ferme al palo. Non a caso siamo al 5° posto come arrivi ma al 7° posto come introiti. C’è un evidente incapacità di sviluppare un turismo qualitativo. Da cosa deriva questo handicap e come si può leggere il dato secondo cui il meridione in Italia, anche nel turismo, paradossalmente, rappresenta la zavorra che non riesce a sviluppare pratiche di internazionalizzazione e destagionalizzazione?

Quante volte ho letto che siamo primi al mondo per patrimonio Unesco, quante volte ho sentito lodare il Made in Italy – riconosciuto all’estero come emblema della qualità espressa dal nostro Paese – in tutte quelle che sono le espressioni dell’artigianato, dell’enogastronomia, del design. Di contro, ho sentito ministri della Repubblica dire apertamente che con la cultura non si mangia e ho assistito al colpo di spugna con cui senza esitazioni è stato abolito il Ministero del Turismo.

L’elenco delle eccellenze di questo paese è lunghissimo e caratterizzato dall’espressione di un genio italico che nel corso della storia ha avuto pochi eguali. Eppure siamo sempre lì davanti al fatto compiuto di non saperlo valorizzare abbastanza forse perché, come dico spesso provocando, non ne comprendiamo la necessità né ne abbiamo la voglia.Se inconsciamente pensiamo di essere i più belli del mondo, perché dovremmo migliorare? Se in tre mesi di mercato sviluppato dal turismo balneare ciò che si guadagna basta per campare per altri nove mesi, davvero qualcuno pensa che ci sia voglia da parte di tanti operatori di fare destagionalizzazione? Tra l’altro è il tormentone di ogni anno, puntualmente prima e dopo la stagione ci si ricorda sia urgente destagionalizzare. Sarà per questo che è un termine che non sopporto più, anche perché quelli che la sbandierano ai quattro venti come la cura turistica per questa terra sono spesso i primi a non volerla sul serio.

Sull’internazionalizzazione poi, è difficile fare passi avanti se la maggior parte di chi opera nel turismo parla a malapena una lingua, non ha un sito web efficace e lascia la promozione e la vendita esclusivamente nelle mani di Booking.com. Spesso non ci si rende conto di quanto possa avere più valore una prenotazione diretta rispetto a quelle intermediate dalle Online Travel Agency, che comunque sono utili a vendere e a fare da vetrina internazionale.

Il punto è che sono pochi quelli che si pongono il problema di capire i vantaggi di avvalersi di consulenza o formazione specializzata per poter fare analisi dei dati, che sono tantissimi e provengono da ogni fonte possibile, dal sito web ai social all’email marketing. I dati sono da sempre la ricchezza con cui generare valore per il proprio business, sin da quando esiste la tessera fedeltà del supermercato sotto casa. Oggi che abbiamo a disposizione quasi gratuitamente e continuamente dati per migliorarci, li diamo in pasto a giganti dell’economia che li utilizzano per farci concorrenza nel nostro stesso business. È un po’ masochistico, no?

Il Salento è un caso di studio molto importante, emblematico del mancato rapporto qualità-quantità. Il boom a cui abbiamo assistito negli ultimi 10 anni non ha portato ad un conseguente miglioramento economico, sociale, strutturale dell’intera provincia che si colloca nelle ultimissime posizioni della classifica stilata da “il sole 24 ore”. Cosa non ha funzionato ?

Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere un dato molto preoccupante: dopo Palermo, la provincia di Lecce è quella che ha perso più posti di lavoro dal 2008 ad oggi, ben 23.000 unità pari a quasi il 10% in meno.  Come si sposa questo triste primato col crescente afflusso di turismo che abbiamo e continuiamo ad avere da tanti anni a questa parte? È vero che i numeri raccontano solo parziali verità ma non si può certo dire non siano espressivi del fatto che questo grande mercato non è ancora diventato una vera e propria industria.

Non ha funzionato la programmazione, semplicemente perché non ne abbiamo mai avuta una. Non è un mistero che, tranne in alcuni virtuosi casi di successo, il fenomeno turistico sia stato completamente abbandonato a se stesso, in una forma improvvisata di autoregolazione che ha portato i territori a essere vittime di un modello di sviluppo turistico non più in grado di tutelare l’ambiente e garantire una pacifica convivenza tra turisti e residenti. Ripensare il turismo non è dunque appena un problema esclusivamente di promozione e comunicazione: è ripensare il territorio favorendo connessioni e relazioni tra tutti i settori, incentivando meccanismi e luoghi che rompano le barriere economiche e culturali tradizionali, integrando le competenze in un mondo sempre più digitale e interconnesso. Quando si parla di politiche turistiche bisognerebbe pensare a come integrarle con le misure relative all’artigianato, all’agricoltura, al manifatturiero, alla pianificazione urbana dei territori.

Per questo poi non ci si deve stupire se, ad esempio, in un mondo che privilegia il ritorno alla terra e all’agricoltura innovativa, in un mondo in cui i turisti vogliono scoprire e vivere il locale e la ruralità, una regione come la Puglia insegua un modello di sviluppo in cui il consumo di suolo raggiunge livelli superiori alla media nazionale. Quando ci si lamenta dei trasporti e si fa propaganda politica sulle infrastrutture, quanti sanno che anche se migliorassimo la rete ferroviaria nei giorni festivi e nei fine settimana le tratte sono comunque ridotte (se non sospese) perché previsto nel contratto con gli operatori ferroviari?  Logico che andasse bene per il mondo di vent’anni fa, legato al ritmo e agli orari di uffici pubblici e scuole, ma in un mondo dove la mobilità è all’ordine del giorno e il turismo si sposta proprio in quei giorni, non sarebbe il caso di rivedere anche accordi e contrattualistica nei trasporti?

Rimanendo nel Salento, dopo una così forte concentrazione quantitativa, è necessario ripensare a quale turismo si vuole fare? Ci sono dei rischi legati ad un eventuale graduale crollo della domanda? Cosa urgerebbe fare per scongiurare questa eventualità e come realizzare un turismo utile per generare valore per e sul territorio? 

Nel Salento ci stiamo comportando un po’ come la cicala della famosa favola di Esopo, quando sarebbe ora di adottare la mentalità della formica. Si vedono tante nuove idee di imprenditorialità che vengono poco valorizzate, persone che fanno il percorso inverso e migrano dal Nord o dall’estero per venire a vivere qui e portano il valore delle loro relazioni, oltre al vantaggio di recuperare sempre più spesso strutture decadenti nei borghi o masserie nelle splendidi cornici di campagna. In tanti anni ci siamo abituati al brutto, a vedere naturale costruire e urbanizzare in maniera selvaggia solo per far cassa comunale, mentre i centri e i borghi si spopolavano abbandonati alla sporcizia, all’incuria e al vandalismo. Siamo i primi ad abbandonare e bruciare rifiuti pericolosi e a sversare liquidi nocivi nelle campagne, a usare la strada come spazzatura, a sbancare le dune per farne parcheggi. Qual è il modello turistico che stiamo inseguendo? Quello più remunerativo, quello più immediato, quello più dannoso. Agli operatori va bene così perché l’unica regola è che non ci sono regole e tutto si può sempre sistemare, mentre tanti comuni fanno cassa con la tassa di soggiorno, anche se non si sa mai a quanto ammonti e come si riversi in servizi e benefici sul territorio.

Il Salento, così come tutta la Puglia, ha bisogno di valorizzare non appena le bellezze turistiche ma le relazioni che su questo territorio si stanno sempre più intrecciando e generano valore, sia per il turismo sia per i residenti stessi, per i giovani che vogliono una prospettiva in questa terra.  La Puglia e, di conseguenza, il Salento hanno vissuto epoche d’oro negli anni in cui il nostro vino, il nostro olio, le nostre produzioni agricole andavano ad arricchire la filiera produttiva in cui la vendita era prerogativa di altri intermediari. Poi la crisi, l’aumento dei costi di trasporto, l’aver inseguito modelli economici differenti dalla nostra tradizione ha portato alla crisi che ancora oggi sentiamo addosso e che porta i nostri ragazzi a cercare fortuna altrove.

Eppure, come dicevamo in una recente riunione a Milano insieme agli amici dell’associazione Pugliesi a Milano, oggi che il Salento e tutta la Puglia vivono questa notorietà è necessario capire come trattenere e trarre valore da queste relazioni che sempre più spesso si intessono e lasciano traccia nei territori.

Occorre una nuova concezione di territorio in cui l’asset principale non siano appena le bellezze del territorio ma le persone, le relazioni che in esso si generano. Attirare turismo lascia il tempo che trova, ciò su cui investire veramente è capire come far diventare il turista partecipe nella generazione di valore della destinazione, sia nell’ottica di investire qui la sua vita e la sua professionalità sia nell’ottica di essere in grado di richiamare altre relazioni, come rete di relazioni egli stesso. Questo è il cambio di visone di cui abbiamo bisogno, altrimenti il turismo sarà l’ennesima economia che ci restituirà un territorio devastato, dopo anni di vita da cicala.

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Marketing e comunicazione a Lecce, nasce ufficialmente Studio Siculella.

Marketing e comunicazione a Lecce, nasce Studio Siculella.

Dopo tante evoluzioni nasce ufficialmente Studio Siculella : marketing e comunicazione a Lecce.

Nato nel Salento, cresciuto e formato tra Milano, Malaga, Londra e Roma, Alberto Siculella è un consulente di marketing e comunicazione d’impresa. Specializzato in PMI, turismo e politica. Esperto di web e social media management del quale è uno dei pionieri a livello nazionale. Collaboratore parlamentare, formatore e studioso della comunicazione efficace, ha scritto un libro pubblicato da EAI “marketing 2.0 e social media, nuovi strumenti per il consenso politico”. 

MARKETING E COMUNICAZIONE A LECCE

Dopo tante esperienze, intraprende la carriera da free lance, poi inizia a lavorare per una società di comunicazione, ed infine collabora con più realtà. Deluso dalla totale assenza di meritocrazia, e dalla mancanza di professionalità, decide di trasformare la sua esperienza in un’unica realtà : Studio Siculella _marketing e comunicazione a Lecce_

Studio Siculella nasce in risposta a:

  • improvvisati del mestiere
  • spacciatori di social media
  • venditori ambulanti di siti
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  • incapaci
  • disonesti

Studio Siculella abbraccia la filosofia del lavoro di qualità, di chi lavora per vivere e non vive per lavorare. Di chi mette meriti, competenze e disponibilità in cima alle priorità. Di chi sfida le convenzioni, le raccomandazioni, le frustrazioni di un mercato del lavoro che non ha bisogno di un tempo e di un luogo, ma delle intelligenze, delle passioni, dei talenti puri ed onesti.

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Nasce così ufficialmente Studio Siculella, marketing e comunicazione a Lecce. A breve un nuovo sito, brand identity rivisitata e tante iniziative per farvi conoscere la vera risposta alle esigenze della vostra attività.

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